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Ci hanno promesso un grande futuro Poi ce l’han tolto Ci han detto Scusate E così sia Luciano Ligabue A trecento metri da Piazza della Scala due vigili urbani dietro una transenna fanno deviare i mezzi che vogliono proseguire dritto. Questo mi impedisce di parcheggiare lo scooter nel punto in cui avevo programmato. Mi avvicino ai due vigili per capire il perché . «La strada è bloccata» mi dice uno. «Ma io devo soltanto parcheggiare il motorino lì» gli rispondo, indicando il punto a circa duecento metri di distanza. «No, guardi, di qua non passa nessuno...adesso, per favore, circolare» chiude il discorso. Sono costretto a spegnere il motore e portare a spinta lo scooter in uno spiazzo. Metto la catena alla ruota anteriore e poso dentro il baule il casco, indossando il cappello. Mentre lo faccio mi viene quasi da ridere, pensando che tanto non potrò tornare a prendere il motorino, ma è meglio comportarsi in modo normale. Sfioro la pistola sotto la felpa e guardo le persone che camminano intorno a me. Sono pronto, ma questi duecento metri in più da percorrere con l’arma addosso aumentano il mio tasso di nervosismo. Inizio ad avanzare in direzione della piazza e non sento niente, né caldo né freddo, né paura né emozione. Dopo qualche metro noto che alla fine della via c’è un gruppo di persone con bandiere e striscioni. Lì in mezzo ci deve essere anche Max, per questo procedo lentamente e con circospezione, l’ultima cosa che voglio in questo momento è trovarmelo di fronte all’improvviso. Mancano cinquanta metri alla fine della via, i dimostranti sono alcune centinaia, arrivano fino a metà della piazza, dove ci sono le transenne già viste ieri sera. Dietro queste c’è un cordone di poliziotti con caschi e manganelli ben in vista. Sfilo sul marciapiede, tenendo la testa bassa, ed arrivo fin sotto il porticato del teatro La Scala, ripetendo tutto quello che avevo provato ieri sera. Dall’altra parte della piazza ci sono altri dimostranti, un centinaio scarsi, hanno degli striscioni ma non capisco chi siano e perché si trovino lì... Apro gli occhi e penso che oggi è tutto peggio del solito. Provo a convincermi del contrario, ma non serve a niente. Il motivo è naturalmente il colloquio con la prestigiosa agenzia interinale "Patecco", che mi aspetta a braccia aperte tra poco più di un ora. Entro ufficialmente nel magico mondo della carne da macello. L’idea di andare a svendermi ad un tot all’ora, senza prospettive se non quella di guadagnare qualche euro, non mi fa impazzire, ma ho bisogno di soldi...o meglio abbiamo bisogno di soldi. I miei genitori ed io, che a venticinque anni e con una laurea fresca in storia non vedo ancora vicina la prospettiva di andar via di casa. Me ne sto qui, seduto sul letto con indosso le mutande ed una maglietta bianca, a convincermi che in fondo potrebbe andare peggio. Poi sento bussare alla porta della camera. «Chi è?» «Papà. Posso entrare?» La testa grigia di mio padre fa capolino dalla porta, è una di quelle cose a cui aggrapparsi, perché non cambiano mai. E’ tale e quale ai primi ricordi che ho di lui. Non un capello nero in più, ne’ uno di meno. E’ il vantaggio di sembrare un cinquantenne a trent’anni: nel periodo successivo cambi poco ed a sessanta sembri addirittura più giovane rispetto alla tua vera età. «Sei pronto?» mi chiede con il suo sorriso affettuoso e un po’ imbarazzato. «Prontissimo» e provo a sorridere. «Tanto è solo per qualche tempo, fino a quando non viene fuori qualcosa di meglio...magari impari anche delle cose utili» «Sì certo, non ti preoccupare, guarda che a me va benissimo. Secondo i conti che ho fatto dovrei riuscire a portare a casa mille euro al mese...forse anche qualcosa di più. Quindi va più che bene» . Non è vero, ma fa lo stesso. Non voglio mettermi a piagnucolare con mio padre, non se lo merita. Testa alta e via ad ingoiare merda. Ma con un bel sorriso. «La mamma si è svegliata?» gli chiedo per sviare il discorso, «Perché stasera non la porti da qualche parte? Non uscite mai ed a lei farebbe piacere. Potreste andare al cinema...è una vita che non andate al cinema, o sbaglio?» . «Non, non sbagli, ma non ho molta voglia di cinema...magari facciamo una passeggiata e prendiamo anche un gelato, visto che sembra una bella giornata oggi. Se tirassi su la tapparella, te ne potresti accorgere anche tu» . Ne dubito, ma spiegarglielo sarebbe troppo lungo. «Adesso la tiro su. Prima faccio la doccia però, per sprizzare energia da tutti i pori» . «Bravo, sprizza, sprizza, che oggi ne avrai bisogno. Io vado a prepararti qualcosa da mangiare. Latte o caffè, che cosa desidera il signore?» e sorride. «Latte grazie. E mi raccomando buon uomo, tiepido, non bollente come al solito» . Lui ride di gusto ed esce dalla stanza. Questa cosa dell’interinale non gli piace molto, è lontana anni luce dalla sua idea di lavoro. E del resto a chi piacerebbe lavorare per due lire e con la sola prospettiva di essere sfruttato? Senza contare che c’è un bel po’ di gente senza lavoro perché per le aziende è diventato più conveniente assumere dalle agenzie interinali. La manodopera costa di più, devi pagare anche la Patecco di turno, ma il periodo è più breve e si risparmia rispetto ad una assunzione a tempo indeterminato. E’ come se ti dicessero «lavori fino a quando ne abbiamo bisogno, poi sei solo un peso e non servi più» . La prima a risentirne è la qualità del lavoro, ma quella in fin dei conti non è mai stata un problema. Conta solo risparmiare. La doccia mi rimette sempre in sesto, anche nelle mattine peggiori. Mi vesto con le prime cose che trovo in giro, tra le sedie ed il tavolo. La camicia ha un po’ di pieghe, però non puzza anche se sono almeno due settimane che non do roba da lavare alla mia vecchia. Entro in cucina e lei è lì. Aspetto un commento sul mio look non certamente irresistibile e prontamente arriva. «Sei veramente sciatto vestito così...non hai qualcosa di più presentabile da metterti addosso? In un colloquio devi fare bella figura ed il primo impatto è quello che conta... magari dici delle cose bellissime, ma sei vestito così e ti passa avanti qualcun altro, solo perché appare meglio... e francamente non ci vuole poi molto» . Non faccio presente a mia madre che lei non ha mai sostenuto un colloquio in vita sua e mi chiedo da dove arrivi tutta questa sua esperienza in materia, ma le do un bacio sulla guancia e siedo a tavola. Il latte è già dentro la tazza, accanto un po’ di biscotti al cioccolato, i miei preferiti. Un bel pensiero. Apprezzo il gesto ed inizio a mangiare. Mia madre però non si dà per vinta così facilmente e chiede rinforzi. «Giorgio, diglielo anche tu che così non può andare al colloquio» . «La mamma ha ragione, forse dovresti metterti qualcosa d’altro... magari solo le scarpe, non ne hai un paio di migliori? Queste da ginnastica non mi sembrano molto adatte» . Io non rispondo e continuo a bagnare i biscotti al cioccolato nel latte. Ho anni di esperienza alle spalle, so che la cosa migliore è non farmi tirare in mezzo ad un discorso che per me potrebbe avere esiti disastrosi. Non ci penso nemmeno a vestirmi come un manichino per quegli stronzi. Mia madre insiste ancora un po’, dopo tenta una mediazione che io accetto subito per chiudere ogni discorso. «Ettore almeno fammi dare due colpi di ferro a questa camicia...almeno proviamo a renderla più presentabile» . Consegno l’oggetto in questione e riprendo a mangiare, sotto lo sguardo di mio padre. Sono sicuro che probabilmente starà pensando alla mia laurea in storia, a tutte le volte in cui mi aveva detto di iscrivermi ad un’altra facoltà, una di quelle che portano ad una professione. «Una laurea concreta» , come dice lui. Come se la storia non fosse concreta. Secondo me era la cosa più concreta che ci fosse al mondo. «Sei sazio?» chiede mio padre. «Si, e se la mamma mi riconsegna la camicia presa in ostaggio vado» guardo la mia vecchia che ricambia sbuffando. «Eccola qua, eccola qua...come sei pesante» risponde fingendo di essere arrabbiata. Mio padre mi da’ una pacca sulla spalla e poi esce dalla stanza. Infilo la camicia e guardo mia madre chiudere l’asse da stiro. So che vuole dirmi qualcosa, si vede lontano un miglio. «Cosa c’è ma’, cosa non ti convince?» le chiedo avvicinandomi. «Niente, non c’è niente...è solo che ci servirebbero un po’ di soldi in più...intendo quelli del tuo lavoro» . «Ma io non ho un lavoro» rispondo ridendo e la abbraccio. Anche lei ride, ma poi torna seria. «Hai capito cosa ti voglio dire, no? Sai di quelle spese che abbiamo avuto durante quest’anno e delle medicine di tuo padre...se riuscissi a portare qualcosa a casa, ci farebbe comodo. Con la pensione di tuo padre e la mia, ci stiamo appena» . «Non ti preoccupare mamma, tra un mese porto anch’io a casa qualche soldo» le dico accarezzandole il viso e poi esco. Il motorino ci mette come sempre un po’ prima di partire, devo lavorare bene con l’acceleratore ed il pedale per metterlo in moto, però poi, una volta avviato, difficilmente mi lascia a piedi. Lo avrò messo a posto una ventina di volte negli ultimi anni, ma è stato comunque un affare. Certo, la velocità di crociera non è elevata, ma l’importante è raggiungere la meta. La scelta dell’agenzia interinale è stata praticamente obbligata. Il processo per essere iscritto alle loro liste è facile e veloce: gli devi presentare un curriculum, una fotossera, il codice fiscale. Poi il colloquio, importante perché deciderà in quanto tempo verrai contattato per il lavoro o se verrai mai contattato. La signora con cui ho parlato all’agenzia, evidentemente in vena di confidenze, è stata molto chiara. «Mi raccomando il curriculum per prima cosa, perché ha il suo peso, e poi il colloquio. Quello secondo me è il più importante perché se lei fa una buona impressione, verrà chiamato subito e le proporranno diversi impieghi. Altrimenti rischia di rimanere a secco per un po’» . Il curriculum, un vero e proprio incubo per la mia generazione, è indispensabile per qualsiasi lavoro. Scriverlo sostanzialmente vuol dire attribuirsi competenze mai avute, conoscere alla perfezione lingue sconosciute e poter vantare un passato lavorativo il più ricco possibile. Anche se l’ultima paga ricevuta è stata quella per l’acquisto del giornale da parte di tuo nonno, quando avevi sette anni. Me lo aveva detto anche Bruno, quello che dovrei definire come il mio migliore amico, dall’alto della sua esperienza nella stesura di curricula. «Tu spara sempre alto, tanto spesso non approfondiscono nemmeno, ma comunque fa scena. Se proprio ti va di sfiga, ti martellano sulle lingue... ma ti deve andare proprio male. A me in un colloquio, dopo che avevo scritto "ottima conoscenza dell’Inglese", la tipa addetta al reclutamento ha chiesto "vedo dal suo curriculum che lei parla molto bene l’inglese, mi vuole dire qualcosa?", mi ha fatto proprio così» . «E tu cosa le hai detto?» gli ho chiesto io curioso. «No» . «Come no, non le hai detto niente?» «Esatto... lei mi ha fatto la domanda ed io le ho risposto» «Poi ti hanno chiamato?» «Eh? No, a dire il vero no... tu pensi che sia per questo motivo?» . L’agenzia della Patecco in cui devo sostenere il colloquio è vicina alla circonvallazione esterna. Stona un po’ la scritta moderna e l’ambiente che si intravede dall’esterno con il resto della zona. Ho ancora in tasca il volantino che mi hanno dato. Lo tiro fuori e lo guardo per un attimo. COS’E’ IL LAVORO TEMPORANEO Detto anche "interinale" on in "affitto" consiste nel mettersi a disposizione(SENZA SOSTENRE ALCUN COSTO) di una società di fornitura di Lavoro Temporaneo che affitterà il tuo lavoro per un tempo determinato alle aziende che ne faranno richiesta. (legge196/97) ESEMPIO La Iceberg S.p.A. produttrice di gelati, chiama urgentemente la Patecco: un loro impiegato si è improvvisamente ammalato e si assenterà per 15 giorni e loro necessitano immediatamente di una sostituzione. La Patecco consulta subito la propria banca dati e convoca tre candidati per un colloqui presso la Iceberg, che sceglierà il più idoneo. Il candidato prescelto dovrà recarsi presso Patecco per la firma del contratto. Una volta firmato il contratto sarà a tutti gli effetti un lavoro temporaneo assunto da Patecco per 15 giorni. Che culo! Provo a rifare mente locale sul perché sto andando a mettermi in questa situazione. La risposta naturalmente è sempre la stessa: soldi. Do ancora un’occhiata al volantino, alla parte finale, e la voglia di andare da qualche altra parte ritorna ancora più forte. Il perfetto lavoratore temporaneo ha sempre a disposizione: Libretto di lavoro e tesserino rosa Autocertificazione in carta semplice di residenza e di Stato di famiglia Fotocopie della carta d’identità e del codice fiscale Per gli stranieri, il permesso di soggiorno in corso di validità Il perfetto lavoratore temporaneo? Faccio un respiro profondo dopo aver legato ad un palo il motorino ed entro nella fossa dei leoni. La signorina seduta dietro la grande scrivania bianca mi accoglie con un grande sorriso. «Desidera?» Istintivamente le vorrei rispondere «niente, grazie» ed uscire subito da quella sede, ma naturalmente non posso e la mia componente razionale torna subito ad avere il sopravvento. «Sono qui per il colloquio... ho spedito il curriculum per posta elettronica e mi avete chiamato dicendo di presentarmi qui oggi» . «Sì certo, mi può dare il suo nome?» chiede, mentre estrae alcuni fogli tenuti insieme da una graffetta. «Mi chiamo Ettore Saleri» . «Ettore Saleri...Saleri...Saleri...eccolo qua, sì, l’ho trovata...deve andare al piano di sopra, dalla signora Anna Crispino» . «La ringrazio.. su per la scala?» le chiedo girandomi dopo che mi sono avvicinato al primo gradino. «Sì, su per di là» non smette di sorridere. Deve essere compreso nel prezzo. Il colore prevalente, dentro questa sede periferica del lavoro "in affitto", è il bianco. Mi fa pensare ad uno degli interni del grande film «Arancia meccanica» di Kubrick, con quella candidezza un po’ inquietante, ma forse sono io ad essere prevenuto. Giunto al piano capisco qual’è la mia camera delle torture, perché ci sono già quattro condannati che aspettano appollaiati su comode sedie, naturalmente bianche. Mi avvicino a leggere il nome scritto su una targhetta al lato della porta: Dott. Anna Crispino. Ci siamo. Per sicurezza chiedo agli altri fortunati aspiranti ai lavori precari. «E’ qui che si deve venire per il colloquio, vero?» . «Sì, è qui» m’informa un tizio sulla trentina vestito in giacca e cravatta, il classico a cui affideresti i tuoi investimenti, mentre gli altri annuiscono. «Devo entrare dentro per dire che sono qui?» chiedo ancora al mio occasionale informatore. «No, non c’è bisogno. Hanno già la lista e ti chiamano loro» ,è sicuro di sé ed io mi fido ciecamente. Prendo una sedia e mi accomodo al loro fianco, allungando la fila di una unità. Quello che non sopporto nella vita sono le attese. Non le ho mai rette. Poi quella per una cosa che non vuoi fare poi è ancora meno sopportabile. Allora decido di attaccare bottone con i miei compagni di fila. «Sapete qualcosa su come vanno questi colloqui?» butto lì rivolto a tutti, per far passare il tempo. «Come al solito. Guardano il tuo curriculum» risponde sempre il trentenne in giacca e cravatta «poi fanno qualche domanda generale, per capire a che tipo di lavoro sei più adatto. Di solito c’è anche uno psicologo, che prende qualche appunto su come ti muovi, le cose che dici... cose da psicologo insomma» e fa pure un mezzo sorriso, soddisfatto della sua battuta. Gli altri annuiscono meccanicamente, ma questa volta in tempi diversi. «Questa dello psicologo proprio non la sapevo» l’idea di essere osservato ed analizzato non mi va proprio giù. «Sì, lo psicologo c’è ed è anche importante» il mio unico interlocutore ha ora l’espressione un po’ sadica «e per quanto ne so io ha il suo peso. Devi apparire deciso e sicuro di te, insomma un tipo dinamico» aggiunge convinto, in modo da farmi capire che il mio esempio dovrebbe essere proprio lui. Questa volta sono io ad annuire, anche se gli sarei scoppiato volentieri a ridere in faccia. Non c’è nulla di più ridicolo di uno stronzo in giacca e cravatta che ritiene di essere «dinamico» . Penso a fargli qualche altra domanda sulla dinamicità e la sicurezza, giusto per prenderlo un po’ per il culo, ma viene fuori dalla sua stanza la Dott. Crispino, con tanto di targhetta appesa sulla giacca del tailleur. «Sergio Conti?» «Sono io» risponde il dinamico e sparisce dentro l’ufficio. Io ripenso al curriculum, sono un po’ agitato. Per buttarlo giù mi sono affidato a Bruno ed alla sua esperienza, il risultato secondo me non è stato un granché , ma secondo Bruno invece è una sorta di opera d’arte ingiustamente non riconosciuta. Ettore Saleri, nato a Milano il 23/8/1977, residente a Milano in via Ludovico il Moro 83, tel 02/89152034, mail Ettosal@hotmail.com OBBIETTIVI LAVORATIVI Posso dire di essere interessato a tutti i tipi di lavoro, perché profondamente convinto che arricchiranno comunque la mia personalità. Non ho preclusioni nemmeno verso quelli manuali e comunemente definiti "di fatica". Nessun problema anche per quanto riguarda gli orari, mi vanno bene sia quelli full-time che quelli part-time. Potendo scegliere, prediligerei le occupazioni più durature, indipendentemente dalla tipologia. STUDI: Laureato in Storia con il punteggio di 101. Maturità scientifica conseguita con il punteggio di 47/60. INTERESSI: Libri, film, sport, musica. Impegnato in azioni di volontariato. LINGUE: Buona conoscenza dell’Inglese. ESPERIENZE LAVORATIVE: Ho lavorato per un paio di anni come intervistatore telefonico per l’istituto "AgoraKronos" , saltuariamente in una ditta di trasporti, poi come commesso, pony- express ed anche come distributore di volantini. HOBBY: Ho praticato per diversi anni il rugby. Più ci ripenso, più mi sembra di aver scritto una marea di stronzate, ma Bruno è stato categorico: «Conta tutto, anche lo sport ed i tuoi interessi e la tua natura di uomo. Loro devono passarti al setaccio e si esaltano ad avere ispirazioni sul tuo conto, naturalmente sbagliate, grazie a dettagli del cazzo. Ricorda che tu sei lì per venderti, non per fare una sfilata» . Gli interrogatori degli altri si sono svolti in modo piuttosto rapido ed adesso resto solo io. La Dott. Crispino mi chiama, non si è alzata dalla scrivania «Ettore Saleri ?» si sistema gli occhiali con gesti lenti e affettati, la vedo dallo spiraglio della porta socchiusa. «Sì, eccomi?» rispondo e vado a sedere sopra la sedia sistemata davanti alla scrivania della Dott. Crispino. A lato del tavolo vedo una ragazza. So che è la psicologa della quale il dinamico mi ha prontamente avvertito una volta uscito dalla stanza. «Oggi ti va anche bene, non c’è lo psicologo, ma una psicologa ed è anche carina» mi ha detto a voce alta, per suscitare l’ilarità degli altri. Io gli ho sorriso, ringranziando il cielo di non essere come lui. La psicologa poi non è nemmeno carina, al limite passabile. Certo, sempre meglio della Dott. Crispino, il cui volto spigoloso e magro non suscita certo amore a prima vista. «Dottor Saleri» la voce è come la faccia, spigolosa e esile, e mi spiazza per la qualifica «il suo curriculum mi è piaciuto molto» . «Grazie, troppo gentile» rispondo, e mi accorgo subito di aver dato una risposta del cazzo. Non ho bisogno di voltarmi verso la psicologa per sapere che sta sorridendo. La sua presenza mi innervosisce. Ha in mano un block notes dove inizia a scrivere non so cosa. Mi controllo le mani per vedere se sono sudate, ma è tutto ok. «Laureato in storia con 101, complimenti» dice a voce alta la Dott. Crispino osservando un foglio, che riconosco subito come quello del mio curriculum. «Sì, ho fatto la tesi sull’evoluzione tecnologica nell’esercito romano» «Ah, però...» dice, voltandosi verso la psicologa. Non capisco se mi sta prendendo per il culo, ma non mi sembra il caso di approfondire. «Lei quindi è disponibile per ogni tipo di lavoro?» . «Sì, mi va bene un po’ tutto. Meglio se è un lavoro che dura per un po’ di tempo. Questa sarebbe la mia sola discriminante... se possiamo chiamarla così... un lavoro che duri il più possibile» . «Possiamo inserirlo tra le sue disponibilità... però deve sapere che non dipende poi tanto da noi, quanto dalle richieste che riceviamo dalle aziende. Comunque sottolineo il fatto, così se c’è qualcosa di duraturo può essere contattato immediatamente. Se poi non ha preferenze sul tipo di lavoro, vedrà che qualcosa salterà sicuramente fuori» . «Come ho scritto sul mio curriculum, un lavoro vale l’altro. Semmai la differenza la farebbe lo stipendio, ma so già che le cifre bene o male sono abbastanza simili... per questo più dura e meglio è» . «Certo, e questo è anche un bene sa» dice mentre scrive qualcosa su un foglio che ha preso dal tavolo «perché avere una disponibilità totale è un grosso vantaggio. Ma si vede che lei è un giovane dinamico e voglioso di misurarsi con il mondo del lavoro...tanti invece non sono così pronti, sembra quasi che ci facciano un favore ad andare a lavorare» . Dimenticavo di essere dentro la sede di un’organizzazione filantropica. Faccio una smorfia di approvazione, poi tocca di nuovo alla Dott. Crispino. «Senta» dice tornando a guardare il curriculum « qui leggo che lei conosce bene l’inglese, ha fatto qualche viaggio studio?» «Sono stato un paio di volte in Inghilterra, ma non ho fatto dei veri e propri viaggi studio. Però lo parlo abbastanza bene» . «E per quanto riguarda l’informatica, ha qualche conoscenza di programmi per computer?» . «A dire il vero non tante...so utilizzare il computer per quanto riguarda le parti più importanti...non so se si possa dire così...navigo su Internet e mi servo di qualche programma, quelli che mi interessano, ma niente di speciale» . «Capisco, glielo chiedevo perché abbiamo tantissime richieste per web designer e web engineer, ma devono essere almeno un po’ formati» . «Certo» le do ragione e mi viene spontaneo pensare a tutti quei discorsi sentiti alla televisione e letti sui giornali riguardo all’importanza della formazione. Peccato che poi nella pratica vogliano solo persone già formate e per il tempo che va bene a loro. «Leggo che ha molte esperienze lavorative alle spalle, bene, bene...questo è importantissimo» dice ancora «una giovane che sa già cos’è il lavoro, e lo conosce molto bene come lei, è sempre particolarmente gradito alle aziende» . «Sì, l’esperienza non mi manca» rispondo, mentre spero che la rottura di coglioni termini il prima possibile «ho fatto un bel po’ di lavori perché a casa non navighiamo nell’oro. Così mi sono sempre arrangiato» . «Bene, bene...» ora parla quasi sottovoce, mentre continua a divorare il mio curriculum con gli occhi. Do’ un’occhiata alla psicologa che scrive sul suo block notes e penso di essere vicino alla fine. «E nonostante l’università ed il lavoro» mi dice sollevando lo sguardo dal mio curriculum con l’espressione di chi ha trovato quello che cercava «ha trovato il tempo per praticare uno sport... ho letto che ha giocato a rugby, del resto si vede, ha un bel fisico da atleta» aggiunge sorridendo. Ride anche la psicologa, e rido anch’io, un po’ imbarazzato. «Bene dottor Saleri, sono convinto che per un giovane di qualità come lei non mancheranno le proposte... lei non sa che gente viene qui alle volte. Per alcuni ho anche il dubbio che non sappiano né leggere né scrivere» le sfugge una risata «lei invece è proprio un’altra cosa. Sono sicuro che tra poco la contatteranno per un impiego» . «Speriamo» dico io ed inizio a sentirmi finalmente un po’ più leggero. «Sì, non si preoccupi. Adesso comunque può andare» mi dice la Dott Crispino. «Il colloquio è terminato?» chiedo conferma. «Sì, può andare e in bocca al lupo» si alza e mi tende la mano. Mi alzo anch’io e la stringo. Faccio lo stesso con la psicologa che è schizzata su dalla sedia e mi fa un mezzo sorriso. Esco dall’ufficio, scendo le scale, saluto la signorina dietro la scrivania ed una volta fuori dall’agenzia prendo una bella boccata d’aria, liberatoria Ho la sensazione di aver messo la firma per la mia vendita a pezzi, ma mi sforzo di non pensarci. Sono passati un paio di giorni dal colloquio all’Patecco ed ancora non si è fatto vivo nessuno per offrirmi un lavoro. Ne ho approfittato per dormire e cazzeggiare un po’. Questa sera ho appuntamento con Bruno alle 10 a Conchetta, il centro sociale che preferisco perché è il più vicino a casa mia. E’ piccolo e non molto incasinato, l’ideale per una serata tranquilla ma non smorta. Quello che voglio in questo momento è proprio un posto che non mi faccia pensare troppo e che al tempo stesso non mi annoi. Lo raggiungo a piedi camminando tra la gente che come ogni venerdì sera affolla la zona. Bruno arriva anche questa volta in ritardo, lo riconosco a distanza, capelli lunghi e berretto da baseball in testa, mentre mi saluta ed allarga le braccia per scusarsi. Io gli rispondo battendo l’indice sul polso ed allargando a mia volta le braccia. «Ma in vita tua sei mai arrivato puntuale per una volta?» gli chiedo non appena è a tiro, mentre lui finge di avere il fiatone per una corsa che non ha fatto. «Ah, guarda, mi è successo di tutto. Ti dico solo la cosa più importante: dovevo prendere la macchina ed invece poi l’ha presa mio fratello, aveva appuntamento con una tipa che ha rimorchiato in università» cerca di essere credibile. «Va be’ lasciamo stare» rispondo, la cazzata che ha sparato non è poi tanto esagerata. Se uno non lo conoscesse ci potrebbe anche credere. «Ti giuro che è la verità...» e si sistema la coda di cavallo che viene fuori dal berretto «entriamo intanto, che cazzo rimaniamo qui fuori» e mi prende per il braccio, accompagnandomi verso l’ingresso. Quattro euro per andare dentro, niente rispetto alle quindici che ormai ti chiedono come minimo in una qualsiasi discoteca del cazzo. Nel cortile vecchia Milano c’è già un bel po’ di gente che beve birra e si fuma qualche canna. «Andiamo dentro a dare un’occhiata» mi dice Bruno, indicandomi lo stanzone da cui arriva musica . Vuole sapere se c’è qualcuno in giro, o meglio qualcuna, che conosce. «No, io ho caldo, vai tu e portami una birra» gli allungo un paio di euro per l’acquisto. Nel frattempo mi vado a sedere ai bordi del cortile, per osservare meglio la fauna presente. Occhio e croce non c’è nessuno di mia conoscenza, tranne un tre-quattro facce che avrò visto almeno un’altra trentina di volte ma con cui non ho mai scambiato una sola parola. Mentre aspetto la birra ne approfitto per farmi una canna. Ho avuto dell’ottima marja da un tipo conosciuto in università in cambio di un anno di appunti di storia moderna. «Cos’è, marja?» chiede Bruno che è tornato con le due birre. «Marja, marja...l’ho presa da quel tizio di cui ti avevo parlato...sai quello che voleva gli appunti e che ti avevo detto si coltivava l’erba in casa?» . «Sì, sì, mi ricordo...e ti ha fatto pagare o è stato una specie di baratto?» «Baratto vero e proprio» rispondo mentre mischio l’erba al tabacco «fammi un filtrino per favore...se ti serve ho ancora un pezzo di un biglietto del treno nella tasca della giacca» e gli offro il fianco per prenderlo. «Perfetto» Bruno fruga in tasca e poi tira fuori i resti del biglietto «Ah senti, non mi ha ancora detto come è andata l’altra volta al colloquio, cosa ti hanno detto? Ed il curriculum andava bene?» «Sì il colloquio è andato bene, anche il curriculum, l’ambiente però è quello che è...e poi dovevi beccarti questa tipa che mi faceva tutti i discorsi sui giovani che devono essere convinti e dinamici, una sotto specie di adepta berlusconiana» «Ma questa tipa chi?» chiede Bruno, allungandomi il filtrino, mentre io verso l’impasto dentro la cartina ed inizio a rollarla. «Parlo di quella che mi ha fatto il colloquio. Era la classica mezza manager del cazzo in tailleur, roba da prenderla a schiaffi dopo venti secondi. Aveva un orgasmo ogni riga del mio curriculum...quindi non so se questo sia un fatto positivo, Bruno, considerando l’elemento» . «Ah, è’ chiaro che è positivo, i curriculum sono fatti apposta per prendere per il culo gente come questa» . «I tuoi curriculum, perché spari un sacco di cazzate» dico accendendomi la canna «io invece ho messo tutte cose vere, come ti puoi ricordare» . «Per forza tu hai veramente un bel curriculum» ed assume un’espressione pensierosa, mentre a me viene da ridere. «Ma che cazzo dici? Ho un bel curriculum ed andrò a fare l’impiegato a tempo, nella migliore delle ipotesi» . «Lo so, lo so, me ne hai già parlato ottanta volte almeno... la storia del tempo proprio non ti va giù, eh?» mi dice Bruno. «Non mi va giù no...te lo ripeto per l’ottantunesima volta: va bene l’impiegato, ma almeno per qualche tempo, con qualche sicurezza ed imparando un mestiere. Così invece vieni solo sballottato da una parte all’altra, ti succhiano il sangue e te ne sputano un po’ in un tazzina che ti allungano sorridenti, giusto per non farti morire dissanguato» . «Tu secondo me sbagli prospettiva, prendila per quello che è, una cosa temporanea appunto, prima di trovare qualcosa di meglio. Tu hai la laurea, per te è più facile. Pensa ad uno come me che è diplomato all’istituto tecnico...tu sai bene quanti lavori del cazzo ho fatto prima di trovare questo posto di tecnico» . «Be’ almeno l’hai trovato» rispondo, inspirando un altro tiro. «Sì, bela(?) roba...vorrei ricordarti che non mi pagano né le ferie, né le malattie e mi possono licenziare quando vogliono...ah dimenticavo, mi versano anche contributi ridicoli» . «Però mi hai detto che ti dovrebbero assumere a tempo determinato da quest’anno, o sbaglio?» . «Si dovrebbero, ma fin quando non lo fanno, io non ci credo. E comunque alla fine anche quello è un terno al lotto, perché se poi non ti rinnovano il contratto, lo prendi in quel posto» prende la canna che gli passo. «Lo so, ma è sempre meglio della mia situazione no? Anche perché con la laurea che ti piace tanto, mi sa che ci si puliscono il culo. Aveva ragione mio padre, una laurea in storia non vale un cazzo» . «Non deprimerti, tanto non serve a niente» . «Certo, lo so...a proposito dentro c’era qualcuno che conoscevi?» chiedo per cambiare il tema della discussione. «Ah, no, nessuno. Però credo che stasera dovrebbe arrivare Carla...è lì potrebbe esserci la svolta» . «Ma è da dieci anni che potrebbe esserci la svolta e poi non fai mai niente...cazzo, c’eri anche in classe assieme e non ha mai fatto niente» . «Perché la mia è la tattica della mangusta, le prendo per sfinimento...» . «Per il momento però hai preso solo aria» e ridendo gli do’ una pacca sopra la spalla. «Piano, piano, idiota, che mi fai cadere tutto» ride pure lui e mi passa la canna «prima che finisce per terra» aggiunge. Il cortile si riempie lentamente e molti iniziano ad entrare nello stanzone. Mi alzo in piedi e faccio qualche altro tiro. Inizio a sentire l’effetto piacevole della marja in giro per il corpo. Sono rilassato e tranquillo, per la prima volta da almeno un mese a questa parte. Faccio un altro paio di tiri e poi lascio la fine della canna a Bruno, che sta osservando un paio di ragazze davanti a lui. «Cosa fai, le ipnotizzi? Guarda che per riuscirci ti devono guardare anche loro» e gli tiro un calcetto sul polpaccio. «Ma vai a cagare, imbecille» risponde ridendo e fa finta di volermi colpire con la bottiglia di birra. «Senti io vado dentro a fare un giro» gli comunico. «Vai a vedere se c’è movimento?» . «Vado a vedere se c’è qualcuno, tu riprendi pure ad ipnotizzare quelle due...a proposito, guarda che se vedo Carla ci provo subito, così impari a perdere tempo» gli dico e faccio una corsetta in avanti ridendo, mentre lui prova a piazzarmi un calcio e mi grida qualcosa dietro. Dentro c’è poca illuminazione e caldo. Hanno iniziato a pompare un po’ di thecno e un gruppetto ha preso a ballare, facendo salire la temperatura nello stanzone. Mi guardo in giro, ma non vedo facce conosciute. Mi metto in un angolo a bere la mia birra e ad osservare quelli che ballano. Mi è sempre piaciuto guardare gli altri ballare, muoversi ritmicamente sotto l’effetto della musica. Ci sono quelli che ti fanno ridere perché sono sempre fuori tempo, come il rasta che ho davanti in questo momento, e poi ci sono le ragazze. Quelle non molto belle, ma che si muovono bene, diventano sexy. Mentre rimani deluso quando vedi qualche bella figa muoversi come potrebbe fare un camionista che ha appena mangiato un chilo di salsicce. Una bella ragazza che balla male è una sciagura e per fortuna in questo momento non ne vedo. Mi sposto dall’angolo e faccio qualche passo in direzione del bar, dove l’illuminazione è migliore. C’è un odore di canne e sudore, mentre la musica mi martella le orecchie. Al banco del bar vedo un gruppetto di ragazze. Mi sembra di riconoscere un profilo e la cosa mi mette addosso uno strano senso di agitazione. Poi si gira per un momento ed è come un flsh accecante. E’ proprio lei. Sono emozionato e mi sento un imbecille per questo. Provo a calmarmi, mentre punto in direzione del bar. Mi metto in fila dietro il gruppo in cui c’è anche lei, ma non mi viene in mente niente di interessante per attirare la sua attenzione, così aspetto il mio turno per ordinare, pronto a cogliere l’attimo in cui il suo sguardo incrocerà il mio. Le ragazze che sono con lei ordinano, poi tocca ad Allegra che prende la sua birra e finalmente si gira nella mia direzione. Sorrido, ma non riesco a dire nulla, mentre lei fa un’espressione sorpresa ed al tempo stesso felice. «Ehi, quanto tempo» mi dice con entusiasmo e poi si avvicina per darmi un bacio sulla guancia. «Ciao, non ti avevo visto» rispondo imbarazzato e non riesco a non fissarla. «Allora, cosa mi racconti?» e sorride, un sorriso splendido, avvolgente, che mi mette ancora più agitazione addosso. «Niente di speciale, va tutto in modo normale» le rispondo mentre cerco di pensare a qualcosa di interessante da dire «e tu come stai, tutto bene?» . «Abbastanza, grazie. Sto preparando un esame, ce l’ho tra un paio di settimane» . «E lo prepari venendo qui?» ma subito mi pento del commento, sembro suo padre. «Ci vuole una pausa no? Se non stacchi poi rischi di esplodere...tu invece ti sei laureato?» «Sì, a luglio...purtroppo» . «Perché purtroppo?» . «Perché sono già in piena orgia da flessibilità» . «Stai cercando lavoro?» «Sì, devo lavorare e non ho trovato niente. Sto provando con il lavoro interinale, aspettando che arrivi qualcosa di meglio» le dico, mentre fa una faccia strana e si passa il pollice attorno alla gola, a mimare il gesto dello sgozzamento. «Purtroppo sono chiuso, per il momento. E’ il modo più facile per avere un lavoro subito» le dico e quasi mi sento in colpa. «Ehi, ma mica ti sto accusando...ci mancherebbe» mi sembra imbarazzata «io ce l’ho con queste cazzo di agenzie interinali, mica con te o con quelli che sono obbligati ad andarci» e mi guarda come per rassicurarsi che io abbia capito. «Tutti ce l’hanno con le agenzie interinali, ma invece di diminuire, aumentano» cerco di urlare nel frastuono della sala e non so nemmeno se capisca bene con tutto il casino che c’è. Allegra fa cenno di sì con la testa e mi sembra ancora più bella dell’ultima volta che l’ho vista. Mi piace come muove le mani e parla e poi i capelli legati fanno risaltare ancora di più il suo viso, soprattutto il taglio degli occhi neri. Guardo la maglietta aderente che indossa ed i pantaloni larghi stretti alla vita con un cordino, era vestita in modo simile anche il giorno in cui l’ho incontrata per la prima volta. Eravamo a Genova durante il G8, di giovedì, e lei si trovava lì con un gruppo di amici, tra i quali c’era anche un mio ex compagno di squadra del rugby. Io ero a Genova con Bruno e ricordo che avevamo, sia noi che loro, le tende al Carlini, il campo sportivo che era stato utilizzato come uno dei punti di raccolta per i manifestanti. C’era un gran casino e tanta gente di Milano. Il mio ex compagno di squadra, incontrato nel giro di perlustrazione che avevo fatto assieme a Bruno dopo aver montato la tenda, mi aveva presentato tutto il suo gruppo ed anche Allegra. «Io ti ho già visto in giro» mi ha detto lei «direi in università o in qualche centro sociale...Conchetta? Leo? Può essere?» . «Sì, può essere» le avevo risposto, anche se non me la ricordavo, ma era troppo carina per dire la verità. Ne avevo subito approfittato per attaccare discorso e la sera eravamo rimasti a parlare assieme per quasi due ore, trovandoci d’accordo praticamente su tutto. Anche in quel caso mi aveva colpito subito il suo modo di parlare, di muoversi. Mi era sembrata subito diversa dalle altre ragazze, era più sicura del fatto suo o almeno dava quell’impressione. E poi conosceva un sacco di cose, dalla politica ai libri, discutere con lei era stato molto interessante e parlando a tratti mi dimenticavo di quanto fosse bella. Ma mi bastava guardarla per un secondo negli occhi ed il concetto tornava chiaro nella mia testa. Un’altra cosa di Allegra che mi aveva colpito era stata la sua visione politica molto estrema ed io non sono certo uno moderato. Ma lei si infervorava non appena parlando si toccava un discorso anche vagamente politico ed il suo viso si colorava leggermente di rosso: mi piaceva molto. E poi mi erano bastate quelle due ore per capire di pensarla esattamente come lei. Il mattino seguente eravamo andati in manifestazione assieme, anche con Bruno e quelli del suo gruppo. Però ci eravamo come isolati, rimanendo a parlare fitto per tutto il tempo e facendo finta di non ascoltare i commenti di Bruno e gli altri sul fatto che non consideravamo nessuno. Poi all’improvviso era scoppiato il casino, noi ce ne siamo accorti nel momento stesso in cui la gente che stava dietro di noi in corteo ha cominciato a correre. Mi ricordo che Allegra stava per cadere a terra, travolta dalla folla e l’ho afferrata per un braccio tirandola verso di me. Poi mi sono girato un attimo ed ho visto i celerini che manganellavano a venti metri di distanza, così l’ho presa per un polso e l’ho portata via, correndo verso la parte alta della città, fino a quando non ci siamo sentiti al sicuro. Poi c’è stata la battaglia e Carlo Giuliani morto ammazzato, vedevamo le ambulanze che sfrecciavano. Avevamo incontrato anche un bel po’ di manifestanti, alcuni sanguinanti, che come noi avevano cercato rifugio nella zona alta. Ad un certo punto mi sono allontanato da Allegra per andare a bere ad una fontanella che stava sul marciapiede davanti al nostro. Lei intanto era rimasta a parlare con alcuni ragazzi, ma proprio in quel momento sono arrivate delle volanti a sirene spiegate e si sono fermate davanti a noi. Ci siamo guardati un secondo prima di scappare, una da una parte el’altro dall’altra, visto che in mezzo alla strada c’erano gli sbirri. Ero riuscito a tornare al campo soltanto la sera e per prima cosa mi ero messo a cercare Allegra. Non riuscivo a trovarla, poi mi ero imbattuto nel mio ex compagno di squadra, e lui mi aveva spiegato che Allegra era ritornata a Milano perché la madre guardando la televisione aveva avuto un mezzo colpo e l’avevano portata in ospedale. «Andiamo fuori, così possiamo parlare meglio?» chiede Allegra quasi urlando e ridestandomi dai miei pensieri. La seguo, lasciando il caldo e gli odori forti della sala. «Dentro c’è troppo casino e così non riesco a sentire bene le cose che dici» aggiunge appena fuori e sorride. «Non hai preso da bere» mi fa notare. «Ah cazzo, hai ragione...» mi sento un vero rincoglionito « Fa niente, beviamo la mia» dice sorridendomi ancora ed ogni volta che lo fa provo delle strane sensazioni. La seguo e poi quando si siede io mi sistemo accanto a lei. Inizio a pensare che la sera si stia mettendo bene, ma proprio in quel momento vedo quell’imbecille di Bruno che mi guarda facendo delle facce strane dall’altra parte del cortile, temo da un momento all’altro un suo possibile arrivo, in grado di rovinare tutto. «Allora, tolta la difficoltà a cercare lavoro il resto come va? » mi chiede Allegra, mentre io sono ancora impegnato ad osservare Bruno ed i suoi movimenti « stai facendo qualcosa di speciale in questo periodo?» «A parte parlare con te questa sera no, purtroppo» . «Lo so, una conversazione con me è rigenerante» scherza e si mette a ridere, poi mi guarda in un modo che azzera la mia salivazione in pochi secondi. Bevo un sorso di birra. «E come va con la tua ragazza...è molto carina, da quello che posso ricordare?» . «La ragazza non ce l’ho più da qualche mese ormai.» le rispondo mentre godo per la domanda che mi ha fatto, potrebbe essere un segnale. «E allora cosa fai? Ne stai cercando una nuova?» e mi sorride. «Be’ avevo intenzione di iniziare proprio stasera» le dico e sorrido a mia volta, anche se il suo essere così diretta mi ha un po’ spiazzato. Mi domando se è il caso di fare altrettanto. «Ed a livello politico, stai facendo qualcosa?» mi chiede poi, cambiando totalmente discorso e spiazzandomi un’altra volta. Sono nervoso. «Niente?» domanda ancora Allegra. «Cosa?» farfuglio io, che ho perso il filo del discorso. «Dicevo se hai fatto qualcosa a livello politico...per me tu sei quello di Genova, ricordati» e si mette a ridere « e poi tu hai sempre partecipato ad un sacco di cose, no? Mi ricordo delle cose che mi hai raccontato, tutte le volte che ci siamo visti» aggiunge come a sottolineare il fatto di conoscermi abbastanza bene. «Be’, detto così sembra che io sia stato dentro qualche partito per anni» le rispondo sorridendo. «No, dai...hai capito cosa voglio dire» e mi guarda dritto negli occhi. Io riprendo la birra e faccio un altro sorso. «Non ho mai veramente partecipato dal di dentro...ho fatto qualche riunione nei centri sociali ed un bel po’ di manifestazioni, ho preso parte a tante iniziative...cose così, adesso non ricordo cosa ti ho raccontato, spero di non avere esagerato per apparire (meglio: sembrare) più interessante» dico sorridendo e le allungo nuovamente la birra. Allegra scuote la testa e ride divertita «Ma perché me lo chiedi?» le domando. «Così...» e mi guarda. «Ed invece tu fai qualcosa?» le chiedo. «No, purtroppo poco, a parte prendere parte a qualche manifestazione» . «Io ultimamente nemmeno quello...e poi le ultime volte ho avuto la sgradevole sensazione di perdere del tempo» . «Anch’io ho avuto spesso questa sensazione...ed è una cosa che mi ha fatto riflettere» . «Lo stesso per me» . «Ma io già so a che conclusioni ha portato la tua sofferta riflessione» mi dice con tono solenne e si mette a ridere «Ah sì? E vediamo allora, a cosa mi ha portato?» . «A capire che le ultime manifestazioni a cui sei andato non ti sono piaciute perché eri con le persone sbagliate» e scoppia a ridere. Allegra tiene il filo, mi muove a suo piacimento ed io non so bene cosa dire o fare. Ma la situazione mi piace. «Be’, può essere...» provo a rinserrare le fila «senti a proposito...» e prendo fiato qualche secondo prima di affondare il colpo. «Cosa devi dire?» mi chiede però lei, sorridendo mentre mi fissa divertita «Me lo dirai entro oggi?» . Io sorrido a mia volta, ma abbasso la testa perché sento di essere diventato rosso e la cosa è piuttosto imbarazzante. «Visto che spesso mi accompagno a persone sbagliate nelle mie uscite» e lei sorride «pensavo che potremmo uscire assieme, del tipo andare al cinema o qualcosa del genere» butto lì e mi accorgo subito che come invito fa un po’ schifo. «Detto così sembra che tu voglia uscire con me perché non hai niente di meglio» mi risponde Allegra e ride. Mi consolo pensando che almeno non si sta annoiando. «No, dai...hai capito cosa voglio dire» e mi sembra di stare in mezzo all’oceano in tempesta. «Facciamo così, io ti lascio il mio numero di telefono, poi vediamo. Ti va bene?» mi chiede ed io apprezzo il fatto che finga di lasciarmi una qualche decisione. «Va benissimo» le rispondo, ma non riesco ancora a capire se mi è andata bene oppure ho rimediato un bel due di picche. «Aspetta un attimo, non so dove scriverlo» mi dice e si alza. «Aspetta, aspetta, ti do io qualcosa» le dico e tiro fuori dalla tasca un bel biglietto bianco, immacolato, tutto per il suo numero di telefono. «Non è proprio il massimo» le dico mentre le passo il biglietto. «Va benissimo» e lo osserva «vuoi che lo scriva al margine, altrimenti lo rovino» . «No, no, scrivilo in mezzo» ed indico con il dito il centro del biglietto «altro che rovinarlo, non potrebbe essere utilizzato meglio» e vedo che sorride. Poi sfila la matita con cui teneva raccolti i capelli e scrive il numero del suo cellulare. «Eccolo qua» dice mentre mi torna il biglietto. Io do un’occhiata al numero e poi la guardo mentre rimette la matita tra i capelli. «E dove vorresti andare?» le chiedo, provando a ad apparire sicuro del fatto che uscirà con me. «Non lo so, vediamo quando mi chiami» . Poi si alza all’improvviso. «Be’, io ritorno dentro, altrimenti le mie amiche si incazzano» dice sorridendo e mi da una carezza in testa «puoi tenere la birra, tanto io non ne voglio più» aggiunge prima di ritornare dentro. Io scatto in piedi, penso di fare mille cose ed il loro esatto contrario, ma alla fine non faccio niente. «Allora ti chiamo, ti chiamo presto» riesco solo a dirle mentre si allontana. Prima di entrare dentro lo stanzone, si volta per un attimo, mi guarda, sorride e poi scuote la testa. Rimango lì fermo a guardare in avanti, con la birra in mano. Ho una stupida sensazione di felicità addosso, non so perché ma vorrei andare a dormire e risvegliarmi il giorno dopo. Ogni volta che ho incontrato Allegra dopo Genova è stato così, ma non ero mai arrivato a questo punto, intendo ad avere il suo numero di telefono. Forse perché prima avevo la ragazza, ma adesso non ricordo se fosse sempre presente le volte in cui avevo incontrato Allegra. Capitava spesso nei centri sociali ed a certe feste del giro universitario, ma in certi casi ci salutavamo e basta. In altre situazioni invece si parlava, quasi sempre di politica...e sì, credo che Giulia, la mia ragazza, in quei casi fosse sempre con me. Almeno così mi sembra. Sì perché tutte le volte che parlo con Allegra il resto che mi circonda passa in secondo piano, quasi non esiste più. In compenso però so come la pensa Allegra riguardo agli uomini ed alla società, quali sono i suoi scrittori preferiti e che adora la birra chiara. Mi arriva un calcetto sul piede ed alzo la testa. Vedo Bruno che ride come un idiota. «Ah, non te l’ha data, eh? L’ho visto che ci stavi provando alla grande anche questa volta, bambinone, ma ti ha dato un gran bel due di picche» mi dice, sghignazzando divertito «anche se questa volta non sei più fidanzato ed tutto pronto per lei» . «Ah sì e questo cos’è?» gli chiedo, allungando il pezzo di carta con sopra scritto il numero. «No...non ci posso credere» mi dice allora Bruno, subito dopo aver visto il biglietto «ti ha dato il suo cellulare...sei un grande, mi rimangio tutto» aggiunge eccitato, guardandomi con ammirazione. «No guarda, il numero me l’ha dato, ma per il resto non ci ho capito niente» . «In che senso scusa?» . «Non ho capito se le piaccio o meno...conduceva lei il gioco, io le stavo dietro, ma non decidevo niente» e sorrido. «Ma ti ha dato il numero no? Quindi vuol dire che non le fai schifo, anche se francamente non capisco come sia possibile, visto il tuo aspetto ributtante...» . «No, dai, veramente...non sto scherzando, ogni volta che le parlo mi spiazza...non che la cosa non mi piaccia , anzi, però non ci capisco niente» . «Quando la chiamerai, capirai» mi risponde con un tono di voce improvvisamente serio. «Grazie, ci arrivavo anche da solo a questa brillante conclusione» gli dico e mi chiedo se alle volte si rende conto delle banalità che dice, ma a giudicare dalla faccia offesa direi di no. «E tu con Carla?» provo allora a chiedergli per cambiare discorso. «Ah, è arrivata poco fa...niente l’ho solo salutata, ma tu non iniziare a rompermi le palle e soprattutto non farmi fare figure di merda» dice e si vede che è preoccupato. A me viene da ridere, ma mi trattengo. «Io non ti faccio fare figure di merda» gli dico serio in volto, guardandolo «io adesso vado là e ci provo. E’ la mia serata buona, e Carla mi è sempre piaciuta...e poi te l’avevo detto, o tu o io, tu non hai fatto un cazzo ed allora adesso tocca a me... tanto tu non ha nulla in contrario no?» gli chiedo alzandomi. «Tu non vai da nessuna parte» mi risponde cercando di essere cattivo, ma si vede che gli viene da ridere «avvicinati a Carla e sei un uomo morto» . «Va bene, rimango qui, ma allora tu adesso vai lì e ci provi» . «Dai non rompermi le palle...ci provo quando lo dico io» mi dice iniziando a muoversi nervosamente «non mi sento ancora pronto, ho bisogno di tempo per carburare» e si volta nella direzione di Carla. «Guarda com’è carina...» gli dico mentre lui la guarda «...no scusa, mi dispiace, ma allora ci provo io. Almeno così ti dico com’è» aggiungo, cercando di rimanere il più serio possibile e mi alzo in piedi. «Ah, allora sei una merda» risponde ridendo e mi spintona indietro, mentre io faccio finta di voler andare dal suo amore impossibile. Alla fine ci accordiamo per un’altra canna. Il mattino dopo arriva la chiamata tanto attesa, intorno alle 11, mentre io sono fuori casa a fare la spesa. Quando rientro mia madre mi dice subito con tono eccitato «di richiamare la Patecco, la signorina con cui ho parlato mi ha spiegato che vogliono la tua disponibilità per un lavoro» . Entro in camera mia, prendo il volantino dell’agenzia con scritto sopra il numero di telefono e chiamo. «Patecco buongiorno, sono Cristina posso esserle utile?» «Buon giorno, mi chiamo Ettore Saleri, mi avete cercato per un lavoro» . «Ettore Saleri...aspetti che controllo...» passa qualche secondo «sì ecco, si tratta di un lavoro per l’inserimento dati presso l’azienda Kruscol, che si occupa di indagini di mercato. Hanno bisogno di una disponibilità di venti giorni, per cinque ore al giorno...le interessa?» . Rifletto qualche istante, anche perché Cristina ha parlato molto velocemente e non so bene cosa sia l’inserimento dati, ma comunque dico «sì» , perché è un lavoro e quindi mi interessa. «Di che cosa si tratta con precisione?» chiedo subito dopo aver accettato. «Si tratta di inserire dentro la memoria del computer dei dati che le fornirà la ditta...una cosa abbastanza semplice» aggiunge la voce dall’altra parte della linea. «Quindi si lavora con il computer?» chiedo un’ulteriore conferma. «Sì, di solito e così...comunque si deve presentare domani mattina alle 8 in via Berengario 12 e chiedere del signor Pasini» . Dopo l’indicazione c’è qualche secondo di silenzio, che io interrompo: «Aspetti un attimo che mi segno il tutto» . Mia madre, efficientissima ed in attesa, mi passa foglio e penna. «Può ripetere, per favore?» le chiedo con la voce più gentile di cui dispongo. «Sì, certo...ore 8, in via Berengario 12, dovrebbe essere zona Fiera...e deve chiedere del signor Pasini» . «Tutto qui? Non devo fare altro?» chiedo ancora, per sicurezza. «Non, non deve fare altro...poi le dirà tutto il necessario la persona che le ho segnalato» . «E per quanto riguarda i soldi?» le chiedo. «L’assegno passa a prenderlo da noi alla fine del lavoro» mi dice con tono sorpreso. «No, mi scusi...intendo dire quanto pagano per questo lavoro» provo a spiegarle meglio e senza troppi giri di parole. «Sono 650 euro per venti giorni, una paga discreta» aggiunge convinta. Io non commento, ma mi limito a confermare la disponibilità. Il lavoro è mio. «Bene, meglio che niente» dice mia madre, quando le comunico l’inizio della mia nuova e breve attività lavorativa ed il compenso che riceverò. «Accontentarsi, accontentarsi...sai che bello» borbotta mio padre, seduto al tavolo a riparare il fondo di un cassetto. «Accontentarsi papà, accontentarsi...è la nuova parola d’ordine, non lo sai?» . |
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