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1 La nebbia. Alla nebbia Bechir Trabelsi proprio non riusciva ad abituarsi, era come un pugno in faccia preso di primo mattino. La nebbia lo stordiva, lo disorientava. Alle volte si svegliava carico di energie, di voglia di fare, ma bastava la vista di quel velo impenetrabile, appena alzata la tapparella, per renderlo molle come un pugile suonato. E di nebbia le albe della periferia milanese sono sempre cariche. Bechir anche in quell’occasione si era sentito subito svuotato, avrebbe voluto tirare di nuovo giù la serranda e tornare a letto, ma la sveglia al contrario gli consigliava di non farlo e di sbrigarsi pure, altrimenti rischiava di arrivare in ritardo al lavoro. Così si passò una mano sul viso, poi si diede due schiaffetti, cercando di ravvivarsi per quanto fosse possibile. Dalle altre stanze non arrivava nessun rumore, suo fratello e la moglie dovevano essere ancora a letto. Ne approfittò per andare in bagno come primo. Mentre terminava le pulizie mattutine sentì rumori che arrivavano da fuori la porta. «Oggi ti sei svegliato presto, he?» la voce di Salman arrivò alle orecchie di Bechir mentre si stava asciugando la faccia. «Già» rispose soltanto, alzando il tono quel tanto necessario perchè il fratello lo sentisse. «Va tutto bene?» gli chiese ancora quello. «Sì, tutto bene» rispose Bechir. Le domande del fratello lo avevano infastidito, anche se lui per primo non sapeva il perchè. Non aveva voglia di incontrarlo in quel momento, così aspettò qualche secondo prima di aprire la porta. Lo fece soltanto quando sentì i passi del fratello che si allontanava. A quel puntò uscì dal bagno per rientrare in camera sua. La prima cosa che vide fu di nuovo la nebbia fuori dalla finestra e si sentì ancora più debole. In quei momenti poi gli tornavano in mente tutte le cose poco felici della sua vita ed allora lo stordimento diventava una sensazione di depressione. «Bechir, di là è pronta la colazione è pronta Salman mi ha detto che devi fare in fretta, perchè siete in ritardo». La voce della moglie di suo fratello l’avrebbe riconosciuta tra mille, stridula e fastidiosa come poche. Bechir la riteneva una buona donna, ma la sua voce proprio non la sopportava, soprattutto nelle albe nebbiose. Avrebbe voluto mandarla a quel paese. Invece rimase in silenzio qualche secondo e poi educatamente rispose: «Ti ringrazio sorella, mi vesto in un attimo e sono da voi». «Va bene Bechir, allora ti aspettiamo» rispose subito quella e poi ritornò in cucina. Bechir sedette sul letto con la testa tra le mani, cercando dentro di sè qualche energia, ma gli sembrava di non trovare niente. «Amore...amore, sveglia...è ora di alzarsi» Carmen Tinari si muoveva con disinvoltura nella stanza buia. Sedette sul bordo del letto del figlio e gli fece una leggera carezza sul viso. «Ho sonno» rispose a quel punto Giorgio. «Lo so che hai sonno, ma se non ti svegli arrivi tardi a scuola...su dai, tirati su» e gli fece un’altra carezza. «Oggi allora vado in bici?» chiese Giorgio. «Ma , adesso vediamo...». «Come vediamo, avevi detto che potevo andare» disse allora Giorgio ridestandosi tutto d’un tratto dal torpore. «Sì, ma c’è brutto tempo, potrebbe piovere da un momento all’altro» rispose la madre, accendendo la luce della stanza. «Non ci credo» rispose secco il bambino e balzò fuori dal letto correndo verso la finestra. Aveva indosso un pigiama azzurro con dei piccoli leoni sopra e Carmen guardandolo pensò subito di doverne comprare un altro, perchè quello ormai stava diventando troppo piccolo. Giorgio intanto aveva tirato su la tapparella e dopo una rapida occhiata si voltò verso la madre con un sorriso furbo. «Giorgio, ti ho detto che non lo so» disse soltanto Carmen uscendo dalla stanza. Giorgio però non aveva nessuna voglia di mollare la presa e si mise a seguire la madre, saltellandole attorno. «Non c’è brutto tempo, avevi detto che mi mandavi in bici oggi, l’avevi detto» prese a ripetere, scortando Carmen fino in cucina. «Cosa avevi promesso al nostro campione?» chiese Andrea a quel punto, dopo essersi alzato da tavola ed aver abbracciato il figlio. «La mamma non mi vuole mandare a scuola in bici, ma l’aveva promesso» protestò ancora Giorgio. «C’è cattivo tempo, potrebbe piovere da un momento all’altro» rispose Carmen versandosi del caffè in una tazzina. «Non è vero, non c’è cattivo tempo...è lei che non mi vuole mandare» disse Giorgio guardando con aria supplicante il padre. Andrea gli strizzò l’occhio e poi gli indicò una sedia. Giorgio si mise a sedere e poi osservò il padre che con espressione pensierosa versava del latte nella sua tazza. «Vuoi il Nesquik?». «Sì, grazie» rispose Giorgio. Andrea si accorse che il figlio stava trepidando per avere l’autorizzazione. Diede un’occhiata a Carmen, ma si accorse che la moglie guardava fissa la tazzina di caffè, evitando appositamente di incrociare il suo sguardo. «Giorgio, che strada devi fare per andare a scuola?» chiese Andrea al figlio. «Faccio tutta quella sul marciapiede» rispose pronto quello «se vado in strada sto accanto al marciapiede» e fissò fiducioso il padre, convinto di aver risposto bene alla domanda. «Sono solo cinque minuti e lui ormai ha dieci anni» Andrea si rivolse alla moglie. Carmen alzò lo sguardo dalla tazzina e portò i suoi occhi sul marito per qualche istante. Giorgio intanto avrebbe voluto abbracciare il padre, muoveva nervosamente le gambe sotto il tavolo e non aveva ancora bevuto un goccio del suo latte. «Farai tutta la pista ciclabile e solo quella?» gli chiese improvvisamente la madre. «Sì, sì, faccio solo quella, lo giuro e non incrocio nemmeno le dita, guarda» e le mostrò le mani. La madre ed il padre a quel punto scoppiarono a ridere e Giorgio non capì il motivo, ma comprese che si trattava di una buona cosa. Non disse niente per qualche secondo, aspettando che uno dei due gli desse finalmente il permesso. «Va bene, allora ti mettiamo alla prova...» disse Carmen «per questa mattina puoi andare, ma...» non fece in tempo a finire la frase che Giorgio si era già alzato e messo a saltellare per la cucina, abbracciando prima Andrea e poi lei. «Aspetta, torna a sedere un attimo» gli disse allora la madre e Giorgio obbedì senza discutere. «Ci devi promettere che farai la pista ciclabile» e mentre pronunciava queste parole Carmen assunse un’espressione del volto molto seria. Giorgio capì che in quel momento doveva rimanere seduto in modo composto e sembrare il bambino più affidabile del mondo. «Va bene, vi prometto di andare sempre nella pista ciclabile...è anche bella, più bella della strada, io la preferisco» aggiunse convinto, sperando di risultare ancora più affidabile e così rimase deluso nel vedere il padre che tratteneva il sorriso dopo le sue ultime parole. Per un attimo pensò di non avere più il loro consenso. «Allora oggi ti metteremo alla prova campione» gli disse invece il padre dopo essersi avvicinato «mi raccomando, fai attenzione alle macchine e guida piano, guardandoti sempre intorno, come ti ho insegnato io l’altra volta al parco» e gli fece una carezza sulla testa. «E non dare confidenza a gli estranei, ok?» aggiunse la madre guardandolo con un’espressione di intesa. «Sì, sì...pista ciclabile, guido piano e non do confidenza» ripetè a voce alta Giorgio, come faceva con le poesie che doveva imparare a memoria. «Adesso mangia» gli fece il padre sorridendo e Giorgio obbedì con piacere, visto che aveva un certo appetito. Bechir prese soltanto un po’ di the zuccherato e non disse una parola, tenendo la testa bassa per non incontrare lo sguardo del fratello e della cognata. Il suo viso stanco si ravvivò soltanto quando entrarono in cucina i due nipoti. «Come va, Allani?» disse al primo dei due che venne a dargli il bacio del buon mattino e poi chiese la stessa cosa al secondo. «Bene» fu la risposta che ricevette da entrambi, ancora un po’ intontiti dal sonno. «Bechir hai studiato la strada per arrivare dalla signora Zucchi? Ti ricordi che oggi mi devi lasciare al comune e continuare da solo?» gli domandò il fratello distraendolo dalla compagnia dei nipoti. «Sì, mi ricordo, non ti preoccupare, so che strada devo fare...gli altri li trovo già lì?». «Li trovi lì...io comunque spero di fare in fretta...non più di un’ora». «Mettici il tempo che vuoi o che ti serve, senza farti troppi problemi...noi intanto ci arrangeremo» rispose Bechir e poi si concentrò sul suo the. «Giorgio fammi vedere come ti sei vestito» disse Carmen entrando nella stanza del figlio. Aveva addosso come una strana sensazione, l’idea di lasciarlo andare a scuola in bici, da solo, non la lasciava tranquilla. D’altro canto sapeva bene che Giorgio stava crescendo e che non doveva essere troppo apprensiva. Tutte le mamme che avevano figli più grandi del suo l’avevano avvertita: con l’avvicinarsi dell’adolescenza Giorgio avrebbe chiesto sempre più libertà e qualcosa bisognava concedergli. «Non mettere quella camicia...» fece Carmen al figlio aprendo il suo armadio «poi in bici sudi, mettine una più usata» e diede un’occhiata a quelle piegate ordinatamente nei cassetti. «Ma mamma non sudo, ci metto al massimo cinque minuti...mica sudo in cinque minuti». «No Giorgio, non chiedere troppo...già questa mattina sei stato accontentato, mi sembra... o no?» rispose Carmen e tirò fuori una camicia a quadretti rossi da uno dei cassetti. «No, quella no, mi fa schifo» protestò Giorgio con un’espressione tra il disgustato ed il rassegnato. «Allora questa» gli fece Carmen, tirando fuori una camicia blu. «Quella fa ancora più schifo» fu la risposta che ottenne. «Giorgio adesso basta, se non ti piace questa blu, metti quella a quadretti e senza storie». «Ma perchè...» «Giorgio ho detto basta, scegli una di queste due e l’argomento è chiuso qui» gli disse Carmen in modo brusco. Giorgio capì che era meglio non insistere, altrimenti avrebbe messo a rischio la fresca conquista di una piccola fetta di indipendenza. Carmen per un attimo aveva anche pensato di far tenere al figlio la camicia che aveva scelto, ma poi si era detta di non dovere concedere troppo. Era convinta che l’educazione consistesse in una giusta miscela di concessioni e privazioni ed adesso era venuto il momento di essere severa. «E metti questo maglione, che oggi c’è freddo» aggiunse guardando il figlio con la coda dell’occhio. Giorgio mise il maglione che la madre gli aveva allungato, ma la sua faccia la diceva lunga sulla sua felicità per l’abbigliamento che gli era stato imposto in quel mattino. «Tieni Bechir, questo è per te che mangi di meno e questo è per Salman, che invece è un mangione» gli disse Fatima, la cognata, che sorridendo gli passava i due cestini per il pranzo. «Grazie, sei sempre gentile» le rispose prendendo i cestini ed abbozzò un mezzo sorriso. Poi strizzò l’occhio ai due nipoti, che risposero alla stessa maniera. «Dovete mangiare tanto, altrimenti non crescerete mai» gli disse Bechir. «Ma tu mangi sempre poco e sei cresciuto lo stesso» rispose Chihi, il più piccolo, che la colazione avrebbe preferito sempre saltarla. «Ma tu devi crescere molto più di me» gli fece Bechir avvicinandosi al nipote «anche molto più di tuo padre...devi diventare un gigante» e si mise a saltare con il braccio alto per far capire al piccolo quanto doveva diventare grande. Chihi ed il fratello iniziarono a ridere per quella sorta di balletto improvvisato dallo zio, che prese ad urlare «grande così, grande così». Bechir era contento di far divertire i nipoti e così prese a saltare sempre più in alto, come volesse toccare il tetto. «Avete capito cosa intendo quando dico grandi» disse alla fine con il fiatone, mentre Chihi ed Allani ormai ridevano a crepapelle. Poi guardò la cognata che rideva pure lei e si sentì soddisfatto della sua esibizione mattutina. Adesso era allegro. Improvvisamente allegro «Bechir andiamo che siamo già in ritardo» gli disse il fratello rientrando in cucina con passo spedito. «Eccomi signore, sono pronto». «Ma perchè ridete tutti, cosa mi sono perso?». «Tuo fratello che mostrava ai tuoi figli quanto dovranno diventare grandi». «E per diventare grandi cosa dovete fare?» chiese Salman ai figli, mettendo le sua mani sopra le loro teste. «Mangiare!» risposero in coro i due ed anche Salman sorrise. Poi gli diede un bacio a testa e li salutò, facendo lo stesso con la moglie. «Andiamo Bechir» ripetè quindi al fratello ed uscì dalla cucina. «Grandi, grandi» sussurrò ancora Bechir ai nipoti, con la faccia da pazzo e quelli ripresero a ridere. Poi scese le scale e raggiunse il fratello nel garage. «Guidi tu oggi, tanto poi lo dovrai fare per forza...dopo avermi lasciato al comune» gli disse Salman. «Va bene, scansafatiche» e sorrise al fratello. «Tu sei veramente strano» gli rispose Salman entrando nel furgoncino. «In che senso, scusa?». «Fino a dieci minuti fa sembravi sul punto di suicidarti ed invece adesso sei allegro...non è una cosa normale...mi ricordi papà». «E detto da te non è un complimento...». «Non lo sarebbe detto da nessuno». «Non esagerare» gli disse Bechir guardando in basso «è che i miei nipoti mi mettono allegria...tanta di quella allegria che non penso più alla nebbia». «La nebbia?». «Sì, la nebbia». «Lasciamo stare, preferisco non sapere...comunque dovresti pensare a fare dei figli...dei figli tuoi, così ti metterebbero ancora più allegria» gli disse Salman. «Ancora con questa storia?». «Sì, ancora, è parlo seriamente...a proposito ti avevo già detto di....la figlia di Zied?». «Ancora con la figlia di Zied, allora è un incubo». «No, ascoltami seriamente...». «Bello il mio fratellone» Bechir prese il viso di Salman tra le mani iniziando a muoverlo ed urlando «bello il mio fratellone». «Dai Bechir piantala, sto parlando seriamente». «Ti posso dare un bacio?» gli chiese fissandolo negli occhi. «Vai al diavolo Bechir» scoppiò a ridere il fratello «con te non si può mai fare un discorso serio». «Guarda che io il bacio te lo voglio dare veramente» «E’ la volta che ti picchio» gli rispose Salman. «Allora andiamo?» chiese Bechir. «Andiamo, andiamo». Giorgio stava davanti alla porta vestito di tutto punto. Aspettava che i suoi lo salutassero e gli aprissero l’uscio di casa per farlo uscire. Certo, avrebbe anche potuto aprirsela da solo come ogni mattina, ma oggi preferiva aspettare i genitori, il loro saluto che sarebbe stata anche l’ultima autorizzazione. Giorgio non voleva sbagliare niente, non voleva dare ai suoi l’ultima possibilità di fermarlo. «Cosa fai lì impalato?» gli chiese Carmen che aveva capito benissimo il senso di quell’esitazione. «Niente, volevo salutarvi» rispose Giorgio, guardando il padre che si avvicinava. «Va bene, allora mi raccomando» disse Andrea al figlio «fai la pista ciclabile e nei tratti in cui non c’è, tieniti accanto al marciapiede...accanto al marciapiede, andando piano». Giorgio annuì e poi aspettò impazientemente che uno dei due gli aprisse quella benedetta porta. Il padre si inginocchiò, gli diede un bacio sulla fronte e due piccole pacche sulla spalla. Quindi si alzò ed aprì la porta, mentre Carmen accarezzava la testa del figlio. «Allora vado» disse Giorgio, mettendo un piede fuori dalla casa. «Ci vediamo a pranzo» gli rispose Carmen, che seguì con gli occhi il figlio scendere le scale, fino a quando non scomparve alla sua vista. Bechir odiava la tangenziale tanto quanto la nebbia. Quando era arrivato a Milano dal fratello pensava che quella città dovesse essere la più ordinata del mondo. Non c’era una ragione particolare, semplicemente l’aveva sempre immaginata così. Nella sua testa il traffico a Milano non doveva esistere, le macchina scorrevano a coppie su strade larghe e sgombre. «Guarda che casino anche oggi» disse guardando dritto. «Adesso sei di nuovo incazzato?» gli chiese il fratello. «Come dovrei essere, felice? Guarda che casino che c’è...» «Il casino c’è ogni giorno, incazzarsi è inutile» «La tua filosofia è giusta, non dico di no, ma per me non va bene» gli rispose Bechir, con un mezzo ghigno. Il fratello scosse la testa. «Mi raccomando dalla signora Zucchi, trasportate tutto con molta delicatezza, altrimenti le viene una crisi isterica...hai visto l’altra volta che tipo è, no?» «Sì, ho visto, non ti preoccupare». «Non dico solo per te, dico anche per i ragazzi, falli lavorare bene». «Non ti preoccupare, durante la tua assenza saranno perfetti». Giorgio slegò la bici dallo corrimano delle scale del cortile ed accarezzò la canna. Oggi a scuola in tanti gli avrebbero invidiato quella bici dai colori sgargianti. Sentiva il cuore che gli batteva forte, arrivare a scuola era una piccola avventura. Deglutì e poi ripensò alla strada che avrebbe dovuto fare. La ripassò mentalmente per l’ennesima volta spingendo il suo mezzo verso il portone. Lo aprì lentamente, guardandosi attorno e poi uscì. Ma si bloccò subito. Rimase impalato, con le mani sopra il manubrio, a godersi quella strana sensazioni di paura ed eccitazione, che si chiama libertà. Montò in sella e fece le prime pedalate accanto al marciapiede, lentamente e dopo circa cinquanta metri si spostò sulla pista ciclabile. Era totalmente concentrato sul suo movimento, a mala pena guardava il mondo che si rimetteva in moto attorno a lui. Bechir uscì finalmente dalla circonvallazione, ma anche in città il traffico era caotico. Più si avvicinava al centro, più le macchine aumentavano e le strade sembravano piccole. «Ci sai arrivare al comune?» gli chiese Salman. «Sì, mi ricordo, ma stai attento anche tu». «Mi raccomando, dì alla signora Zucchi che arrivo appena mi libero». «Sì, Salman, me lo hai già detto, non ti preoccupare». «Non ti devi arrabbiare, è una cliente nuova, bisogna fare bella figura, accontentarla in tutto, essere...» «Sempre disponibili e cortesi...» disse e sorrise guardando il fratello «conosco già tutta la lezione, non ti devi preoccupare, sono preparato». «Tu ridi e scherzi, ma per mettere su l’azienda (Salman usava sempre il termine italiano, per dargli più importanza) sai quanta fatica ho dovuto fare. Dobbiamo essere sempre più bravi degli italiani, non dobbiamo sbagliare niente, noi...» Bechir non seguì più il discorso del fratello, sentiva che continuava a parlare, ma per lui era come un sottofondo musicale, di quelli che ascolti distrattamente in macchina mentre pensi ad altro. Sapeva perfettamente quanto Salman avesse faticato, quanta merda avesse dovuto ingoiare prima per iniziare a lavorare e poi per mettere in piedi la piccola ditta di traslochi (o azienda) che oggi dava da vivere alla famiglia. Ma nonostante questo non sopportava di sentirsi ripetere le cose cento volte e da questo punto di vista Salman era un vero e proprio maestro. Quindi un vero e proprio rompi scatole, capace di farti innervosire con poche battute. La pista ciclabile era comoda e poco affollata. Giorgio così decise di aumentare un po’ la velocità, per sentire il vento in faccia. Gli piaceva tanto sentire il vento in faccia, era una delle cose che preferiva quando andava in bici. Adesso cominciava anche a guardarsi attorno e la strada, la stessa che faceva ogni mattina a piedi o in macchina con uno dei genitori, gli sembrava tutta nuova e bella. Si fermò al semaforo quando ancora era giallo, ma il padre gli aveva detto così e lui non aveva nessuna intenzione di rischiare qualcosa. Sapeva che tornare a casa con qualche ammaccatura o peggio ancora con i vestiti rovinati sarebbe stato un vero e proprio disastro. Meglio quindi fare tutto quello che gli avevano raccomandato i suoi. Al verde Giorgio riprese a pedalare, questa volta però l’andatura era più lenta, perchè la pista era occupata dai pedoni. Passando accanto ad un suo compagno di classe portato per mano dalla madre si sentì più grande e lo sguardo tra l’ammirato e l’invidioso che quello gli rivolse lo mise ancora più di buon umore. Fermandosi ad un altro semaforo si accorse che i cento metri da percorrere, prima di girare a sinistra ed arrivare a scuola, erano intasati di pedoni. In quel modo praticamente non avrebbe potuto pedalare. Fu un attimo ed anche se sentiva che stava facendo qualcosa di sbagliato e rischioso, decise di spostarsi verso la strada. In fondo sarebbe rimasto accanto alle macchine, come gli aveva raccomandato suo padre. Si trattava di poca strada ed in questo modo avrebbe continuato a pedalare. L’importante era andare piano e rimanere a destra. Bechir guardò prima il semaforo rosso che aveva davanti e poi le persone sui marciapiedi. «Secondo te perderò molto tempo?» gli chiese il fratello. Bechir non rispose subito, prima contò fino a cinque, visto che Salman gli aveva rivolto quella domanda già tre o quattro volte il giorno prima. Bechir aveva capito come quella comunicazione avesse innervosito il fratello. Ma non era comunque un buon motivo per tormentarlo. «Dico a te» insistette Salman «quanto tempo mi terranno lì? Non è che vogliono togliermi il permesso? Con il casino che c’è con questa nuova legge e tutto il resto...» «No, stai tranquillo» gli rispose Bechir scocciato e al verde mise la prima «su quel foglio c’era scritto che volevano solo dei chiarimenti, giusto?» «Sì, sì, ma è una cosa strana, non è capitata a nessuno». «Ma che cosa ne sai se è capitata a qualcuno, prima? Conosci tutti gli stranieri di Milano?». «Ma a quelli che conosco io non è capitato». «Comunque ti hanno convocato all’anagrafe per avere questi chiarimenti» disse Bechir scuotendo la testa «non in questura, quindi non ti devi preoccupare, hai capito?» e sempre più scocciato si girò a guardare il fratello. Giorgio pedalava lentamente, tenendosi accanto alle macchine, ma proprio in prossimità della fine della strada vide uno sportello aprirsi, così fu naturale aumentare la frequenza dei colpi spostandosi verso il centro della corsia, per poi riprendere la destra. Ma una volta superato lo sportello sentì uno strano rumore proveniente da destra. Quando Bechir tornò a guardare la strada vide soltanto una figura sfocata e provò a frenare, ma il rumore udito prima che la macchina si stoppase bruscamente lo fece rabbrividire. Lui e Salman stettero alcuni secondi immobili, a guardarsi con la bocca aperta. Nessuno dei due osava fare un movimento, mentre fuori si sentivano delle urla. Bechir scese dalla macchina, non capiva niente, avrebbe giurato che qualcuno lo stesse insultando, ma non poteva esserne sicuro perchè tutto ciò che percepiva erano un rimbombare continuo nelle sue orecchie. Vide una donna che urlava come un’ossessa guardando in direzione del parafanghi del furgone. Bechir abbassò lo sguardo. C’era un bambino per terra, la testa immersa in tanto di quel sangue da far vomitare. Le gambe gli cedettero improvvisamente, dovette appoggiarsi al mezzo per non finire per terra. Poi si sentì strattonare la manica della giacca e si trovò a pochi centimetri dal volto di un uomo corpulento, sulla cinquantina, che gli urlava «BASTARDO! BASTARDO!». Non riusciva a parlare, voleva dire qualcosa ma proprio non ci riusciva. Poi sentì una mano sulla spalla che lo tirava indietro. Era Salman che lo allontanava da quell’uomo. Il fratello si era messo in mezzo e discuteva, ma Bechir sentiva soltanto suoni, non capiva nulla, mentre il suo sguardo tornava sempre sulla testa del bambino. Sentì un conato di vomito salire dallo stomaco. Riuscì a controllarlo, mentre sul posto continuava ad arrivare gente. «Avete chiamato un’autoambulanza?» chiese qualcuno e questa volta Bechir riuscì a capire. «Sì, l’ho appena chiamata» rispose una donna con un pacco della spesa in una mano, mostrando il suo cellulare. «C’ERA LO STOP, LO VEDI CHE C’ERA LO STOP?» urlava Salman in faccia all’uomo corpulento. Bechir riprese il controllo di se stesso e si avvicinò al fratello. «Chiamate anche la polizia, la polizia» diceva qualcuno dei componenti di quel cerchio che si era formato attorno al punto dell’incidente. «Non toccatelo, non toccatelo, bisogna aspettare l’ambulanza» consigliava qualcun altro, «tanto è morto, non respira» aggiunse una ragazza dopo essersi inginocchiata accanto alla testa del bimbo. Bechir allontanò il fratello dall’uomo che urlava e guardò ancora in direzione del bambino, che nessuno toccava. Vide per terra una bici con la parte anteriore totalmente accartocciata, la ruota si era staccata. Aveva capito tutto, eppure sperava di essersi sbagliato. Sperava che quel piccolo corpo esanime desse improvvisamente qualche segno di vita. Ma gli occhi puntati addosso, gli occhi carichi d’odio delle persone che si erano radunate attorno al punto dell’impatto gli facevano venir meno le ultime speranze. «Adesso arriva la polizia e lo stronzo finisce male» disse una voce di donna alle sue spalle. Bechir ebbe improvvisamente paura. Non aveva ancora pensato a quell’aspetto della vicenda, alla polizia, alla punizione. In quei pochi minuti aveva solo sperato che il bambino non fosse morto. Ma ora il problema era difendersi. Provò a ricostruire mentalmente l’incidente, ma dopo pochi secondi sentì le sirene dell’ambulanza e poi vide anche una volante dei vigili urbani. «C’era lo stop, Bechir, non è colpa nostra» gli disse il fratello sottovoce, indicando il segnale sulla strada. Bechir guardò lo stop e si sentì meglio, ma fu una questione di pochi secondi perchè la vista delle divise gli fece aumentare il battito del cuore. «Eravate voi sul furgoncino?» gli chiese uno dei vigili. Non doveva arrivare a trent’anni, però nei modi era molto sicuro. Intanto due infermieri scesi dall’autoambulanza portavano una barella accanto al corpo di Giorgio. «Sì, eravamo noi..» ma Salman non fece in tempo a finire la frase perchè il cinquantenne corpulento che fino a poco prima aveva urlato contro lui e Bechir intervenne. «Guidava quello lì» disse, indicando Bechir. «Aspetti un attimo, per favore» gli rispose il vigile, senza nemmeno voltarsi verso l’uomo. Poi chiese di nuovo: «Chi di voi due guidava?». «Ma c’era lo stop» disse ancora Salman. «Ho chiesto chi di voi due guidava» chiese ancora il vigile, fissando con durezza Salman. «Guidavo io, guidavo io» rispose Bechir e fece un paio di passi in avanti. «Mi deve favorire patente, libretto del mezzo, documento d’identità e...lei è straniero, giusto?». «Sì, sono tunisino» «Figurati» commentò a voce alta l’uomo corpulento «Lei per favore si allontani, poi magari le faremo qualche domanda» gli disse il vigile, questa volta guardandolo. «Sì, sì, mi allontano...volevo solo dare una mano» borbottò «perchè questa gente qui fa solo casino». «Dicevo che se è straniero dovrebbe farmi vedere il permesso di soggiorno». «Ma guardi che c’era lo stop» intervenne ancora Salman e questa volta fece innervosire il suo interlocutore. «Senta, me lo ha già detto che c’era lo stop, l’ho visto» gli rispose a brutto muso il vigile «ma qui c’è un bambino mezzo morto, quindi lei adesso chiude la bocca e fa quello che le chiedo, chiaro?». Salman non disse nulla, nei quindici anni trascorsi in Italia aveva imparato sulla sua pelle che per vivere tranquilli bisognava assecondare il più possibile i rappresentanti dello stato, a prescindere. Aveva parlato fin troppo per le sua abitudini, ma era spaventato ed agitato. Bechir intanto guardava la barella con sopra il corpo di Giorgio. Non si muoveva. Quando uno degli infermieri gli coprì il volto con un lenzuolo, un brusio si alzò dalla folla che sostava lì attorno. Bechir avrebbe voluto scomparire. La sua attenzione però venne richiamata dalle sirene di una volante della polizia che si avvicinava sul luogo dell’incidente. Ne uscirono due agenti, mentre un terzo rimase alla guida. I due chiamarono il vigile che aveva parlato con Salman e Bechir e dopo un breve conciliabolo quello tornò verso la sua macchina. «Era lei alla guida?» chiese a Bechir uno dei due agenti. Aveva un trentacinque anni, un fisico un po’ appesantito come si poteva notare dal gonfiore della pancia che sporgeva da sotto la camicia. «Sì, sono io». «Il collega della municipale le ha già detto i documenti che deve fornirci?». «Sì, sì, la patente...e la carta..» «Patente, carta d’identità, libretto di circolazione e permesso di soggiorno» ripetè irritato l’uomo « e cerchiamo di fare in fretta». «Sì, sì, certo» disse Bechir e prese dal cruscotto del furgoncino il libretto di circolazione e dal portafogli tutto il resto. Salman gli rimaneva appiccicato, ma questa volta non parlava. Bechir ripensò al momento dell’impatto, non aveva visto la bici, forse perchè si era girato a parlare con il fratello. Però c’era lo stop, certo. Ma quello era solo un bambino. «Aspetti qui» gli disse il poliziotto, che si diresse verso la volante assieme al collega. Bechir si guardò intorno e sentì ancora una volta l’odio delle persone che stavano lì attorno. «Stai calmo, Bechir, non è colpa nostra» gli sussurrò Salman. «Ero girato...». «Cosa?» gli chiese Salman avvicinando la testa a quella del fratello. «Ho detto che ero girato, quando l’ho messo sotto...se avessi guardato dritto davanti a me non sarebbe successo». «Ma che storie sono queste?» gli bisbigliò all’orecchio Salman, stringendogli il braccio. Bechir si accorse che il fratello lo guardava arrabbiato. «E’ vero, se fossi...» «Stai zitto, hai capito? Stai zitto!» gli sussurrò ancora Salman e stringeva forte il braccio. «Non devi dire questa cosa, è stata una disgrazia, il bambino non ha rispettato lo stop e tu l’hai messo sotto, perchè non l’avevi visto. Basta. Non provare a dirgli...» «Signor Trabelsi...» disse avvicinandosi il poliziotto di prima «Bechir Trabelsi, giusto?». «Sì. Giusto» rispose Bechir, liberando il braccio dalla stretta del fratello con un movimento deciso ma quasi impercettibile. «Deve seguirci». «Come deve seguirci e dove?» chiese Salman e subito dopo aver pronunciato l’ultima parola si pentì. «Deve seguirci in questura...c’è qualche problema?» rispose irritato il rappresentante dello stato. «No, ma solo...». «Andiamo in questura, così possiamo effettuare il riconoscimento con più calma, dato che qui il clima non è dei migliori» e con la testa indicò la piccola folla attorno. «Ma i documenti sono a posto» disse ancora Salman, nonostante la paura. «I documenti li controlliamo in questura» tagliò corto il poliziotto. Prima che Salman potesse parlare ancora, Bechir gli mise una mano sulla spalla e gli fece un cenno con la testa. «Andiamo pure» rispose e camminò in direzione della volante. «Lei ci segua» disse l’uomo in divisa a Salman «verrà il mio collega sul furgone assieme a lei. Il mezzo poi lo dovrò lasciare a lui una volta arrivati». «Ma io oggi...» «E’ così, non crei problemi e faccia quello che le dico». Salman annuì e guardò Bechir prima che entrasse dentro la volante. |
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