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I nuovi Ludi Magni Chi non organizza è perduto. Potrebbe essere questo lo slogan di politici, imprenditori e affaristi che negli ultimi vent'anni hanno assaltato le casse statali per organizzare costosissimi e spesso inutili grandi eventi. Per comprendere bene quanto sia diventato vitale, per i comitati d'affare del nostro Paese, ospitare grandi manifestazioni, basterà citare il caso delle candidature alle Olimpiadi del 2020. L'Italia ha stabilito un vero e proprio record, riuscendo ad avere la bellezza di quattro città candidate per ospitare i Giochi. Qualcosa che non si era mai visto, nella gloriosa storia dei cinque cerchi. Inizialmente, la sfida era tra Roma e Venezia, peraltro subito diventata una competizione tra campanili, con i parlamentari della Lega pronti alle barricate pur di strappare a Roma ladrona l'indicazione di città prescelta per l'Italia. Ma a quel punto si sono messe in lista anche Bari e Palermo, con la stessa facilità con cui ci si candida a ospitare una fiera di Paese. è dovuto intervenire ufficialmente il CIO, il Comitato olimpico internazionale, per ricordare come ogni Paese possa avere soltanto una città candidata. Meno male, visto che altri capoluoghi erano già pronti a proporsi, ognuno con le sue validi ragioni per diventare la capitale sportiva del mondo intero. Nel duello finale tra Venezia e Roma, la scelta è caduta sulla capitale. Il motivo di questa corsa affannosa verso i giochi olimpici del 2020 è semplice: in Italia organizzare grandi eventi internazionali è il mezzo meno complicato e meno rischioso per arricchirsi. Politici, imprenditori, professionisti e semplici opportunisti ben ammanigliati, possono spartirsi una ricchissima torta, senza controlli e al riparo dalle critiche. Perché nel nostro Paese organizzare vuol dire anche poter disporre di una ribalta mediatica prestigiosa, usata come scudo contro chiunque provi a contestare, mentre le spese crescono senza controlli. Poi, puntualmente, arrivano le inchieste giudiziarie e magari anche qualche condanna, ma ormai i giochi sono fatti e i soldi volati via. Un malcostume non solo italiano, ma che da noi è diventata la regola. Perché all'estero, come al solito, le cose vanno decisamente meglio nonostante non manchino episodi negativi. I modelli prevalenti sono due: o spese pubbliche controllate e condivise (come nel caso delle Olimpiadi di Barcellona del 1992), o spese affidate ai privati (come nel caso delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984). Per meglio capire, è bene affidarsi ai numeri. Nel libro Cosa succede in città di Greg Clark, consulente per lo sviluppo del sindaco di Londra e consulente per le strategie del governo inglese, vengono riportate alcune cifre piuttosto indicative. Nell'olimpiade di Sidney del 2000, per esempio, il governo australiano ha speso meno di due miliardi di euro per organizzare l'evento, contro i 2,8 circa delle Olimpiadi invernali di Torino. Olimpiadi invernali, che di solito richiedono la metà della spese rispetto a quelle estive, visto il numero decisamente inferiore di specialità sportive praticate e di numero di federazioni e atleti ospitati. I ricavi ottenuti dal turismo australiano, grazie ai Giochi, sono stati stimati in 2,433 miliardi di euro, oltre ad un 1,785 miliardi derivanti da altre utilità quali, tra le altre, contratti olimpici per aziende locali ed esportazioni. Si valuta che complessivamente i giochi australiani abbia portato a quel paese un attivo di 3,296 miliardi di euro. A Torino non si è avuto nulla di tutto questo, ma solo molto denaro pubblico gettato al vento. Un altro dei tanti casi positivi elencati da Clark è rappresentato dall'Earth Summit (la conferenza dei capi di Stato sull'ambiente) di Johannesburg del 2002, con utili economici diretti netti di 8501 milioni di rand, l'equivalente di ottocento milioni di euro. Chi sostiene l'ineluttabilità del Grande evento, porta avanti la sua crociata in ogni modo, trovando appigli nella storia. è il caso di uno studio dell'Unione degli industriali e delle imprese di Roma sulle ricadute economiche delle Olimpiadi a sostegno della candidatura della capitale ai Giochi del 2020 dove si legge: "Oggi gli eventi, come già accadeva nell'antica Grecia e nell'antica Roma, durante il Medioevo e nel Rinascimento, fino agli Expo dell'Ottocento, sono in grado di catalizzare non solo le ambizioni delle élites che cercano l'occasione giusta per cambiare radicalmente l'immagine di un territorio, ma anche l'esperienza dei gruppi sociali di ogni ceto, dei bambini, dei ragazzi, degli anziani". In questa interpretazione c'è un travisamento di quanto accadeva nel passato. Nell'antica Roma, per esempio, era esattamente il contrario. Gli eventi servivano a celebrare, oltre che vittorie militari e conquiste, la realizzazione di grandi opere, come nel caso della naumachia di Claudio, una terribile e sanguinaria battaglia fra navi combattuta fra condannati a morte per festeggiare la bonifica claudiana del lago di Fucino nel 52 dopo Cristo. Prima, se ve ne era bisogno, si costruivano i contenitori, come il Colosseo o i tanti anfiteatri sparsi nel Mediterraneo, e poi li si riempivano di contenuti spettacolari. Certo, ci potevano essere le eccezioni. Come il grande circo di Bovillae, nell'attuale Frattocchie, costruito ad hoc per i ludi augustales voluti da Tiberio in memoria del padre adottivo Augusto. Venendo alla storia più recente, magari con uno sguardo rivolto alle speculazioni in atto sull'Expo milanese del 2015, si potrebbe ricordare come la torre Eiffel fu un lascito della grande esposizione universale tenutasi a Parigi nel 1899. Ad ogni modo, il richiamo, da parte degli odierni pianificatori di eventi, alla tradizione classica della magnificentia, di una concezione politica per cui le opere pubbliche arrivavano alla collettività sotto forma di generosa elargizione da parte dei potenti, è di per sé sintomatico. è il vecchio schema ideologico che sta dietro ogni autorappresentazione megalomane delle classi dirigenti quando tentano di spacciare i loro successi per il conquistato benessere di un popolo. Gli industriali romani rientrano in questa categoria e lo dimostrano quando ricordano le Olimpiadi che secondo loro hanno segnato la storia, da Mosca 1980 ("visibilità dell'Unione sovietica dominante") a Pechino 2008 ("comincia il secolo cinese"). Quale cruciale tornante storico per l'Italia potrebbero essere le Olimpiadi del 2020 non è dato saperlo. E sembra anche che non importi più di tanto, a chi in fondo non aspetta altro che veder girare tanti miliardi di euro. Del resto nel nostro Paese non è mai stato fatto un bilancio serio della politica dei grandi eventi, dei suoi effetti positivi e dei suoi danni. Paolo Verri, direttore del Comitato Italia 150 (per l'anniversario dell'unità del nostro Paese) e consulente per le Olimpiadi del 2006 di Torino e del comitato per Roma 2020, lo dice senza troppi giri di parole: "L'Italia negli ultimi vent'anni non ha mai saputo approfittare dei grandi eventi per migliorare le proprie perfomance e mettere mano ad un serio progetto di sviluppo urbano". Visto il curriculum di Verri, il suo pensiero non può certo essere tacciato di ostilità preconcetta nei confronti dei grandi appuntamenti sportivi o culturali finanziati con fondi pubblici. Il consulente olimpico arriva a queste conclusioni nella prefazione di Cosa succede in città di Greg Clark. L'analisi di Clark finisce per risultare impietosa con l'Italia. Nel valutare la legacy, l'eredità che le grandi manifestazioni agonistiche, fieristiche o culturali internazionali hanno lasciato nelle città che le hanno ospitate, nessun caso di studio italiano viene annoverato fra quelli positivi. Con l'eccezione di Torino 2006, l'Olimpiade invernale i cui lasciti poco esaltanti stanno però emergendo con forza negli ultimi due anni, sia dal punto di vista degli impianti sia da quello economico. Tanto che già nel libro di Clark si parla di "investimenti troppo elevati per le infrastrutture". Il caso più emblematico riportato nel libro di Clark è quello di Barcellona. La capitale della Catalogna grazie alle Olimpiadi del 1992 ha avviato un grandissimo progetto di riqualificazione urbana, sotto la regia dell'architetto Oriol Bohigas. Buona parte delle opere realizzate sono state poi riadattate a nuovi usi e integrate nello sviluppo della città, che da quel momento ha conosciuto una crescita impressionante del turismo: si è passati dal 1,875 milioni di arrivi del 1992 ai 2,6 milioni del 1994, fino a toccare i 5 milioni nel 2005. La capitale catalana, sfruttando i Giochi, è passata dall'undicesima (1990) alla sesta posizione (2005) nella classifica europea degli investimenti diretti dall'estero. I cinque cerchi hanno assicurato 20.000 contratti a tempo indeterminato e hanno dimezzato la disoccupazione in città. Lontanissima dalle italiche devastazioni ambientali è stata invece l'esperienza dei Giochi invernali del 1994 a Lillehammer, in Norvegia, le cui opere sono state realizzate con materiali naturali (legno e pietra) e ben inserite nel paesaggio. E anche tra le capitali europee della Cultura, non mancano gli esempi di successo, da Dublino (1991) a Salonicco (1997).Questi gli esempi di chi ce l'ha fatta. Ma i grandi eventi, anche quando ben organizzati, sono comunque un rischio: soldi e posti di lavoro molto spesso non arrivano. Gli studi raccontanto proprio questo. Chito Guala, direttore del Centro interdipartimentale OMERO (Olympics and mega events research observatory) di Torino, nel suo libro Mega eventi ricorda come "alla fine di una grande manifestazione, la maggior parte dei posti di lavoro sparisce. In alcuni casi sopravvivono quote modeste, come avviene nel comparto turistico, per alcune attività che si consolidano, se il mercato lo consente". Anche la capacità di attrazione turistica va valutata con distacco: "Un mito permanente attorno ai grandi eventi è che questi attirino turisti. Ma dobbiamo distinguere. Un conto sono i visitatori che acquistano il biglietto per una specifica manifestazione, un altro conto è la stabilizzazione nel tempo di una quota crescente di visitatori, effetto dell'accresciuta visibilità e attrattività del luogo". Poi ci sono le manifestazioni che il giorno dopo la chiusura vengono celebrate come successi strepitosi, ma che a distanza di anni si rivelano disastrosi: è il caso delle Olimpiadi di Atene del 2004, ritenute, per tutto l'indebitamento che ha causato alle casse dello Stato, tra i responsabili del default greco del 2011. Due economisti, Roberto Perotti e Marco Ponti, hanno smontato la propaganda grandeventista in un articolo pubblicato sul Sole 24 ore l'11 ottobre 2011. Per quanto riguarda per esempio l'Expo milanese, scrivono: "Secondo l'analisi commissionata dai promotori, avrebbe una ricaduta positiva sull'attività economica (il valore aggiunto) pari a tre volte la spesa iniziale e un effetto sull'occupazione di 60.000 addetti all'anno per dieci anni. Numeri simili tipicamente accompagnano i lanci di altri grandi eventi, quali Olimpiadi, Gran Premi di Formula 1, Giubilei, Colombiadi, Mondiali di calcio e di nuoto, riunioni del G-7, e di infrastrutture quali l'Alta velocità e il Ponte sullo Stretto. è difficile opporsi a numeri del genere, e infatti, infrastrutture e grandi eventi sono forse le uniche iniziative che godono quasi sempre di un supporto bipartisan". Letti con le lenti dell'economista, però, quei numeri non reggono, sono fuorvianti in quanto basati sul "classico meccanismo dell'analisi di valore aggiunto". E continuano i due economisti: "I promotori ipotizzano che i salari dei lavori e i profitti delle imprese che lavorano all'Expo vengano in gran parte usati per acquistare beni e servizi. Poi si aggiungono altri benefici eventuali di varia natura (ambiente, tempi di viaggio risparmiati, 'attrattività') e anche ritorni fiscali... Cosa manca in questa analisi? L'euro iniziale avrebbe potuto essere speso in mille altri modi. Un'analisi corretta deve dimostrare che i benefici dell'Expo sono non solo positivi, ma anche superiori ai benefici degli usi alternativi, incluso l'uso più naturale: lasciarlo nelle tasche dei cittadini". I due concludono spiegando come "ai promotori di questi eventi interessano poco i contenuti, quello che li muove realmente sono i soldi pubblici 'dedicati' che arriveranno dall'amministrazione centrale e le rendite immobiliari che ne derivano. L'Expo illustra perfettamente questo meccanismo". Insomma, per chi organizza grandi eventi, l'unica certezza sono le spese, soprattutto se come in Italia lo si può fare senza particolari controlli, utilizzando quasi esclusivamente soldi pubblici. Per riqualificare una città, non c'è bisogno di un grande evento, se l'idea è effettivamente quella di operare all'interno delle regole e per il bene di una comunità. Gli esempi di riqualificazioni imponenti, senza bisogno di manifestazioni internazionali, si sprecano, dalla spagnola Bilbao, all'americana Baltimora. Fa male (per usare un eufemismo) veder spendere montagne di soldi per opere per lo più inutili destinate al grande evento di turno, quando magari nella stessa città in cui ciò avviene mancano impianti e infrastrutture. Nella Milano dell'Expo, per esempio, si spendono (direttamente o indirettamente) circa 140 milioni di euro per comprare terreni da privati, ma non ci sono soldi per soddisfare ad esempio il livello minimo di richiesta da parte dei cittadini riguardo agli impianti sportivi. Tanto che a maggio del 2011 nel capoluogo lombardo gli appassionati di atletica leggera hanno messo in scena una manifestazione di protesta contro l'assenza di impianti. E anche quando le strutture sportive vengono costruite, magari a carissimo prezzo, poi si utilizzano per altro o addirittura si chiudono, come nel caso di Torino e della valli della sua provincia nel dopo Olimpiadi. Senza considerare situazioni ormai al limite del collasso, come quelle vissute nel sud Italia. In Sicilia il CONI regionale disegna scenari apocalittici per lo stato degli impianti e per l'inadeguatezza delle strutture a disposizione dei 350 mila tesserati alle federazioni che praticano gli sport di base. Ma come si può fare l'interesse dei cittadini, se non vengono mai chiamati in causa nelle decisioni strategiche di una città o di una regione? La caratteristica dei grandi eventi all'italiana è infatti l'esclusione della partecipazione popolare. Normalmente, le grandi lobby preparano un piatto da servire già pronto ai residenti, i quali, se va bene, saranno coinvolti solo in una fase successiva. Se va bene. Il caso dell'Expo milanese previsto per il 2015 è piuttosto evidente a riguardo. Tutto è passato sopra la testa dei cittadini, chiamati solo a pagare i conti. Condividere, invece, è spesso il motivo di un evento riuscito. Da questo punto di vista può essere utile citare ancora Barcellona. Abbiamo detto di come le Olimpiadi del 1992 furono un evento riuscito, conveniente e condiviso. La cittadinanza infatti volle fortemente quei giochi e tenne sotto controllo costi e speculazioni. "Ci fu un afflato unitario", spiega Luca Scandale, professore di Economia della cultura alla LUM Jean Monnet di Bari, "e il sindaco di quegli anni, Pasqual Maragall, passò alla storia. Ma quando nel 2004 Barcellona organizzò, o meglio inventò, il Forum universale delle culture, le cose andarono diversamente". L'amministrazione comunale, infatti, decise di trasformare una parte della città, la Diagonal, ma senza il sistema della partecipazione, creando fortissimi dissensi. "La città", continua Scandale, "percepì il Forum come un business. Il sindaco Joan Clos lo voleva per replicare il solito modello del grande evento. Vi fu l'espulsione di una popolazione proletaria da una zona intorno al Poblenou e la sostituzione in quell'area con una classe più agiata, grazie alla costruzione di alberghi di lusso e di spazi privati. La zona è stata trasformata, ma non ha quel sentiment locale, non è percepita come identitaria e anche il turista si trova spaesato". Non è allora il caso di ripensare tutta la politica dei grandi eventi nel nostro Paese, finora concepiti come magnifiche costruzioni mediatico-imprenditoriali calate dall'alto? Non è serio e logico immaginare fin dall'inizio percorsi di mobilitazione e coinvolgimento dei quartieri, dei singoli cittadini, delle associazioni? E soprattuto sondare la volontà della popolazione a ospitare il grande evento stesso? L'era delle fiere ciclopiche, rese desuete, tra l'altro, dalla pervasività del web, forse ha fatto il suo tempo. Anche perché un conto sono gli annunci preliminari, un altro i dati reali. L'Expo di Saragozza del 2008, un vero e proprio flop, è un esempio chiaro sotto questo aspetto. I visitatori sono stati poco più di cinque milioni, rispetto ai dieci previsti dagli organizzatori, e solo il 5 per cento di stranieri. Anche l'Expo di Shanghai, nel 2010, che pure è considerata un'esposizione universale di successo, ha avuto un numero minore di visitatori rispetto alle aspettative. Ma il peggio è arrivato dopo, come spiegano i curatori del sito vademecumexpo2015.com. Gli autori non sono militanti dei comitati contrari all'evento, ma esponenti della giunta Moratti come l'ex assessore Andrea Mascaretti: "Qualcuno ha parlato di effetto boomerang e Shanghai non ne è stata risparmiata: poco dopo la fine di un Expo positivo, la città è ripiombata immediatamente nel suo stato di altissimo inquinamento da cui sembrava essersi (in parte) ripulita. Anche il terribile e temibile trafico è tornato quello di sempre tanto che sembrano essere svaniti gli effetti di tutte le nuove infrastrutture costruite proprio in occasione dell'esposizione universale". "Ponti, strade e tangenziali e nuove metropolitane", continuano i curatori del vademecum, "non riescono comunque a garantire alla metropoli cinese un salto di qualità permanente a livello dello stile di vita. Sembra una presa in giro se si pensa che il tema dell'Expo 2010 inneggiava proprio a una città migliore per una vita migliore... Milano dovrà tenere presente questo aspetto se non vorrà correre il rischio di un flop post-expo". E chi meglio del capoluogo lombardo, gemellato con Shanghai, dovrebbe saperlo? La macchina dei Ludi Magni versione Terzo millennio contribuisce ad alimentare nell'opinione pubblica quell'insofferenza generalizzata verso la classe politica e imprenditoriale italiana e verso il suo approccio famelico alle risorse pubbliche. La spartizione solitamente avviene nel segreto di ristrette cene d'affari, tra gli ottimi vini e le prelibatezze della nostra fin troppo venerata tradizione culinaria. Il cibo, curiosamente, è sempre presente nelle cronache mondane di queste imponenti manifestazioni. Sontuosi banchetti accompagnano i momenti clou dei grandi eventi e davanti ai tavoli imbanditi di tartine si ritrovano costruttori e magistrati, organizzatori e sindaci, ministri e giornalisti, atleti e faccendieri: tutti uniti nella convivialità del magna magna. Che forse non è solo una colorita ed efficace espressione popolare, antica quanto la nostra vita repubblicana, ai cui albori già s'imponevano le figure dei forchettoni democristiani, impegnati fin da allora nella fagocitazione della cosa pubblica. Quella prassi si è evoluta e raffinata. Si nutre di ambizioni grandiose - magna, dunque, anche in senso latino - appare insomma sempre più come uno stile politico. Un tratto distintivo della nostra identità nazionale. |
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