La mafia perfetta


I loro soldi non fanno mai puzza perché sono tanti. Scivolano dalle mani dei corrieri a quelle dei piccoli e grandi capi della Locride o della Piana, poi finiscono dappertutto. In Europa. In Italia. A Roma. In Emilia e in Toscana. A Milano.
Sapete come i boss calabresi e colombiani contano tutti quei soldi? A peso. Sistemano una montagna di banconote su una grande bilancia e fanno il calcolo. Così, non proprio preciso, ma a naso.

Sono diventati potenti nel silenzio. Lo Stato italiano li ha lasciati spadroneggiare per quarant’anni nei loro territori, dalle Serre fino all’Aspromonte. E, muti muti, oggi sono i più forti e i più ricchi e i più eversivi. Rozzi e sofisticati, antichi e moderni, radicati nei loro villaggi e sparsi in tutto il mondo. Dopo il disfacimento della Camorra e i grandi colpi subiti dalla Cosa nostra siciliana, la ’Ndrangheta é diventata una «mafia perfetta».

È stata la ’Ndrangheta a salvare il sistema criminale italiano dopo le stragi siciliane del 1992 e quelle in Continente nei mesi successivi. Tutti i riflettori puntati sull’isola, tutte le energie concentrate per oltre un decennio su Palermo, tutte le «attenzioni» sulla pericolosità di quegli uomini d’onore che avevano ucciso il giudice Falcone e poi anche il procuratore Paolo Borsellino, con i «mammasantissima» calabresi liberi di trafficare e di arricchirsi, diffondere il loro potere, comprare palazzi nell’Est europeo o conquistare «piazze» come Roma e Milano.
Nell’indifferenza di tutti si sono impossessati di tutto.

In questo libro Davide Carlucci e Giuseppe Caruso ricostruiscono l’espansione della ’Ndrangheta e la sua infiltrazione nel tessuto economico lombardo. Raccontano come molti clan si sono «sistemati» nei paesini a nord e soprattutto a sud della capitale lombarda. Spiegano come hanno comprato bar e panetterie e ristoranti, come dirigono le loro imprese edili, come controllano discoteche e sale bingo e società di trasporti, come riciclano i soldi della coca.
Della «loro» coca.
Sono ormai i re del narcotraffico da una sponda all’altra dell’Atlantico.

Hanno fatto di non vederli per dieci o quindici anni. E qualcuno li ha anche protetti. Si sono nascosti, mimetizzati. Senza sparare un colpo, senza fare troppo rumore e poi,all’improvviso, si sono accorti di loro. Con stupore, sorpresa. Come se quelli fossero apparsi dal nulla.
Fantasmi.
È sempre così nel nostro Paese, l’«emergenza» che si scopre a giochi quasi fatti. Perchè? Perchè i soldi non fanno mai puzza.

Ma la «mafia perfetta» che abbiamo descritto in queste poche righe, negli ultimi anni ha commesso un errore che pagherà molto caro: ha ordinato un delitto eccellente.
Uno. Uno solo.
Ma è bastato perchè quel grande silenzio non proteggesse più i suoi affari e i suoi delitti. Quando, era il 16 ottobre 2005, ha ucciso il vicepresidente del consiglio regionale calabrese Francesco Fortugno, la ’Ndrangheta ha sbagliato la mossa decisiva.
Era da molto tempo che non alzava il tiro – gli omicidi di Ludovico Ligato nell’89 e quello del giudice della Cassazione Antonino Scopelliti nel’91 erano maturati in contesti molto diversi e in qualche modo «limitati» – ma con il delitto Fortugno si è disvelata.
E, allora, solo allora, lo Stato si è «accorto» finalmente della mafia calabrese.
Un delitto «a urne aperte», a Locri, in un seggio elettorale per le «primarie» dell’Unione.
Dopo tre anni Duisburg, la strage nel ristorante tedesco popolato da calabresi di malaffare.

I tempi cambiano. Si ritorna a parlare di ’Ndrangheta.
Su al Nord ricominciano le investigazioni sui boss «emigrati», giù a Reggio si elaborano nuove strategie politico-giudiziarie e gli apparati legislativi – per la prima volta nel dopoguerra – inviano i loro migliori uomini in Calabria.
E si scrivono libri.
Come questo.
È forse l’inizio di una nuova stagione per combattere e raccontare quella che abbiamo chiamato la «mafia perfetta».

Attilio Bolzoni
                    
                                                
 


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