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Era appena trascorso il primo minuto di recupero, in una calda sera di maggio, quando Fabio Cantucci, l’esterno destro del Castelletto, lasciò sul posto il terzino avversario con uno di quei dribbling secchi che erano il meglio del suo repertorio, entrò in area di rigore e puntò dritto verso il portiere della Romanese, l’ultimo avversario tra lui e la rete. Carminati proprio non se lo aspettava, era convinto che quel rilancio del suo collega dall’altra parte del campo finisse comodamente tra i piedi del libero dopo aver fatto il primo rimbalzo, e invece quell’impedito aveva ciccato alla grande, facendo schizzare la palla verso il numero sette che dopo essersi liberato con una finta perentoria, puntava verso la porta. «Cazzo!» fu l’unica cosa che riuscì a dire, anzi a gridare tra le urla del pubblico, prima di precipitarsi con un’uscita a valanga verso l’uomo lanciato in direzione della sua porta. Cantucci mantenne il sangue freddo sotto i riflettori che illuminavano il campo, anche se ormai quasi non si sentiva le gambe dalla stanchezza, fintò con il bacino prima verso destra, poi verso sinistra e infine scelse di andare proprio a destra. Fu un attimo. Sentì il contatto con il portiere e non fece niente per rimanere in piedi. .
Il signor Rossi stette per un paio di interminabili secondi con il fischietto tra le labbra, poi fischiò, un fischio flebile, non particolarmente convinto, ma sempre un fischio, con tutto quello che di categorico e irrimediabile quel suono stridulo può portare quando ci si trova su un prato verde rettangolare con ventidue atleti dentro. Ventidue atleti e un arbitro. Il signor Rossi non fece in tempo ad arrivare in area di rigore che già Carminati gli era a mezzo centimetro dal naso e urlava: «Non lo puoi fare, questo non lo puoi fare... è uno schifo, È UNO SCHIFO!» In un attimo tutti gli altri della Romanese gli stavano addosso, lo insultavano, qualcuno lo pregava addirittura, ma l’arbitro, il giudice supremo e inappellabile del rettangolo verde, riuscì a raggiungere il dischetto del calcio di rigore tra la piccola folla di contestatori e fece segno che lì doveva essere posato il pallone, scatenando gli applausi del pubblico di casa. La decisione era ormai presa. «Tanto è inutile che io ascolti il guardalinee, ho visto benissimo, lui ti aveva saltato e tu l’hai buttato giù... è inutile che fate tutto questo baccano» disse a muso duro a Carminati che gli stava ancora davanti in quanto capitano della squadra. «E cosa dovevo fare, levarmi? lo ho preso la palla e lui si è buttato, non te la puoi bere così». «lo non me la bevo, ho visto benissimo e se continui ti ammonisco o ti butto direttamente fuori» aggiunse nervosamente il signor Rossi. Sapeva che la regola d’oro per un arbitro è quella di essere sicuro del fischio, anche se mentre lo si emette c’è più di un dubbio.
Carminati rimase fermo con le mani sui fianchi, guardandosi attorno come uno che non crede a quello che gli sta succedendo. Eppure era proprio così, calcio di rigore in pieno recupero. Sembrava fatta, il salto di categoria era lì a portata di mano e invece niente, un semplice tiro dal dischetto e l’intera stagione sarebbe andata a farsi benedire. Castelletto 72; Romanese 71. Questo avrebbe detto la classifica se la palla fosse entrata in rete, in quell’ultima partita del campionato di serie D. Ma a Carminati quello che interessava veramente non era la promozione, anzi di quella gli importava ben poco e poi per idioti come il libero ci sarebbero voluti gran calci in culo, altro che promozioni. Era tutto l’anno che sbagliava, e lui a dover rimediare. No, quello che gli interessava veramente era la carica di direttore sportivo, sarebbe stata sua dall’anno successivo in caso di promozione, come promesso dal presidente. E in più c’era un premio speciale in denaro, superiore a quello che avrebbero ricevuto i suoi compagni di squadra. Per queste cose si era rotto ancora la schiena a trentasei anni, aveva tenuto unito lo spogliatoio, dato consigli decisivi a Tovalieri, quella sottospecie di allenatore che voleva fare la difesa in linea con cui si beccavano un sacco di goal. «Marcature a uomo» gli aveva praticamente imposto Carminati con l’appoggio del presidente, e la squadra aveva iniziato a volare. Fino a qualche minuto prima. Adesso il vecchio portiere se ne stava lì con le lunghe mani sui fianchi a chiedersi se dopo una vita a girovagare tra i campi minori con scarse soddisfazioni, non gli toccasse qualcosa di sostanzioso, di importante. Gli servivano i soldi e gli serviva un domani fuori da quel campo che ormai odiava con tutte le sue forze, così avrebbe potuto pensare senza troppi problemi a Stella e al suo bambino. L ’avrebbe Sposata durante quell’estate, Stella, e voleva darle delle garanzie, delle basi sicure. Se le meritava con tutto quello che aveva passato. «Lo devo prendere, lo devo assolutamente prendere... e prima o poi questa fottutissima vita mi dovrà pure dare indietro qualcosa o no?» si disse il vecchio portiere continuando a guardare per terra.
Tovalieri si era sentito crollare il mondo addosso vedendo l’arbitro che indicava il dischetto del calcio di rigore. Come tutti i mediocri sapeva perfettamente che certe occasioni a quelli come lui capitano una volta nella vita e non bisogna assolutamente farsele scappare. Aveva ingoiato merda per un anno intero, costretto ad accettare le decisioni tecniche di un suo giocatore e con la continua minaccia da parte del presidente di cacciarlo, se non avesse ascoltato Carminati. E lui era stato zitto, aveva accettato, non voleva bruciarsi .la carriera con un esonero al primo incarico e quella promozione che sembrava ormai certa lo stava per ripagare di tutto. «In certi momenti bisogna piegarsi", questo aveva imparato in tanti anni di militanza in serie A, passati a giocare per alcune di quelle provinciali che si devono salvare senza avere grandi mezzi economici. «In certi momenti bisogna piegarsi", bisogna avere il senso dei propri limiti, per uscire vivi dalla battaglia. «Se un attaccante è troppo forte, troppo tecnico, troppo veloce, è inutile cercare l’anticipo o accettare l’uno contro uno, bisogna giocare sporco, fare qualche fallo, innervosirlo e aspettarlo, soltanto così si otterrà qualcosa. Ma non sempre. Molte volte si verrà umiliati e messi con il culo per terra da una finta di corpo, o mandati dalla parte opposta, però alla fine il saldo sarà positivo e si lascerà un buon ricordo». Come era stato nel suo caso. La stessa cosa stava accadendo in quel campionato. Certo era umiliante prendere ordini da un proprio giocatore e per giunta da uno mai andato sopra la serie D o essere trattati come un niente dal proprio presidente, ma per quelli come Tovalieri, per quelli senza grande classe, l’importante era il risultato finale, l’unico che sarebbe rimasto. E così lui si diceva che non solo aveva evitato l’esonero al primo incarico, ma sarebbe addirittura stato l’allenatore della promozione e la sua carriera ne sarebbe stata enormemente avvantaggiata. Poi quel fischio e tutto tornava in discussione «Carminati lo prende, tranquilli che lo prende» disse rivolto alla panchina, quando ormai il rigore era una certezza. E iniziò, come da abitudine nei momenti di nervosismo, a strofinarsi la manica della tuta che indossava sempre durante le partite «Non c’è problema, non c’è problema... comunque vada a finire abbiamo fatto un gran campionato, è questa l’unica cosa che conta... non c’è problema, quindi alla fine arriverà qualcosa di buono anche per me» pensò Tovalieri, le labbra sottili strette, guardando verso. il campo. Perché se lo meritava. Su questo, a modo suo, non poteva esistere alcun dubbio.
Al fischio dell’arbitro, accolto con un boato dal pubblico, Luigi Sangiorgi aveva sentito un brivido nella schiena, come non gli era mai capitato. Il giovane attaccante del Castelletto aveva subito cercato con gli occhi la panchina e là il mister, quasi fosse in attesa di quello sguardo, gli aveva fatto cenno che sarebbe toccato a lui. Di rigori ne aveva già tirati cinque in quel girone di ritorno, cioè da quando era entrato in pianta stabile tra i titolari. Nel girone di andata i suoi compagni che si erano succeduti dal dischetto avevano collezionato un misero uno su sei. Lui invece non ne aveva sbagliato nemmeno uno. Quattro su quattro. Nonostante i suoi diciotto anni e il fatto che era al suo primo campionato. Sapeva che la freddezza era la sua forza e ogni volta che era stato chiamato alla conclusione dagli undici metri si era sempre sentito profondamente tranquillo. Mirava all ’ angolino basso, arrivando a colpire il pallone di collo interno dopo una rincorsa fatta di passi brevi e molto rapidi. L’angolino, destro o sinistro, lo decideva poco prima di battere. Così quel brivido alla schiena lo aveva sorpreso, era un segnale fin troppo chiaro a cui non era per niente abituato. Sangiorgi fece qualche passo in direzione dell’area di rigore, poi si fermò, tornando a voltarsi verso la panchina ; e trovando ancora una volta gli occhi del mister che questa volta gli fece segno di avvicinarsi. "Cosa hai? Non te la senti?» gli chiese preoccupato Bertoli. Il giovane attaccante non disse niente, guardava per terra come a cercare qualcosa. "Allora, te la senti o no?» "Sì, sì, me la sento... non si preoccupi, mister" gli rispose come riemergendo dai suoi pensieri. «Sicuro?» «Non c’è problema, lo tiro io» ribadì Sangiorgi, questa volta guardandolo negli occhi, e subito dopo si mise a correre in direzione dell’area di rigore, dove le proteste sembravano finite. Durante la corsa sentiva le gambe vuote, aveva paura di poter cadere da un momento all’altro e per questo fece gli ultimi metri camminando. Tutto quello che aveva intorno gli sembrava poco chiaro, mentre brividi continuavano a corrergli per la schiena in modo regolare, facendo aumentare la sua dose di incertezza. Vide il portiere della squadra avversaria, il famoso Carminati, che se ne stava fermo sul dischetto con le mani sui fianchi e una faccia incredula. Gli passò accanto per andare a prendere il pallone finito sulla linea di fondo e in quel momento incrociò il suo sguardo, talmente duro e determinato da fare quasi paura. «Cazzo, non guardarlo Luigi, non guardarlo più... lui non esiste, non c’è fino a quando non avrai tirato il rigore» si ripete mentalmente Sangiorgi, stringendo il pallone tra le mani.
Bertoli non era per niente convinto del suo giovane attaccante, gli sembrava fin troppo evidente che quel ragazzino era nervoso e avrebbe di conseguenza sbagliato. Razionalmente era la scelta migliore che potesse fare, Sangiorgi di rigori non ne aveva fallito nemmeno uno e anche durante gli allenamenti, era risultato sempre di gran lunga il più preciso. «Secondo te dovremmo farlo tirare a qualcun altro?» chiese dubbioso al suo secondo, mentre Sangiorgi correva verso l’area di rigore «Fino a ora li ha messi dentro tutti» fu la risposta, e la cosa provocò in Bertoli come un senso di fastidio per la sua stringente logicità. Ma del resto era proprio così, fino a prova contraria era la scelta migliore. Però i pensieri dell’allenatore del Castelletto erano rivolti a quello che sarebbe successo dopo il tiro. "Adesso va bene... e certo che va bene! Li ha messi tutti. Però poi se sbaglia il culo lo vengono a fare a me... alla gente frega solo del risultato... chi ha vinto e chi ha perso... mica si ricordano se avevo dei giocatori stanchi o se l’attaccante si è mangiato un casino di goal... no, no, loro si ricordano solo chi era l’allenatore della sconfitta e come li ha fatti perdere... anche se io alla fine non c’entro proprio niente... e adesso che dovrei fare? Mandare qualcun altro a tirare? E se sbaglia non è peggio?» Eppure Bertoli era uno di quelli convinti che la sfortuna nel gioco come nella vita, influisse in minima parte nel conseguimento di un risultato. Era sicuro che il lavoro, la mentalità, l’abnegazione, alla fine l’avessero vinta sul tutto. Il resto erano storie create da perdenti per giustificare la propria esistenza, per non dover ammettere con se stessi la propria mediocrità, la più difficile da riconoscere. Il destino in quel momento gli stava giocando proprio un brutto scherzo, quasi a voler far vacillare le poche convinzioni che gli permettevano di sorreggere quella instabile impalcatura che era la sua vita. «Una cazzata come questa, un episodio e tutta la stagione si va a fare benedire... tutti i discorsi che ho fatto, i movimenti ripetuti alla nausea in allenamento, tutto il lavoro psicologico non saranno serviti a niente se Sangiorgi non si manterrà tranquillo, mettendola dentro... è allucinante, è assolutamente allucinante, non avrei mai creduto di potermi ritrovare in una situazione del genere, eppure ci sono dentro fino al collo... e non posso fare altro che aspettare». Bertoli cercò di spazzare via in un colpo solo tutti questi pensieri, cercò di non considerare questa marea nera che cresceva nella sua testa e che rischiava di travolgere l’intero suo modo di vedere la vita. Notò che Sangiorgi aveva recuperato il pallone e allora decise di sedersi e di aspettare l’esecuzione tenendo la mente sgombra, «non pensare a niente è la cosa migliore da fare in questo momento... devo estraniarmi da tutto e da tutti ed aspettare... solo aspettare». Carminati lo aveva visto arrivare da lontano il suo avversario, gli sembrava di ricordare che si chiamasse Sangiorgi Di quel ragazzo al vecchio portiere avevano raccontato grandi cose, un talento meraviglioso, ma durante tutta la partita non aveva combinato un granché, era rimasto avulso dal gioco, eccezion fatta per quel tiro improvviso che aveva scagliato da fuori area. E che Carminati aveva deviato in angolo. Un po’ poco per come glielo avevano presentato. «L’ennesimo fottutissimo fenomeno che si perderà per strada» pensò il portiere della Romanese, «ogni anno ce n’è uno diverso che poi non combina proprio un bel niente e rimane a giocare in questi fottutissimi stadi... un grande, un mito, questo è eccezionale... e poi dopo tre anni sono ancora qui, con le facce sempre più depresse... fosse stato per i complimenti io sarei’ dovuto essere in serie A da una vita... a sentirli ero il più forte che gli fosse capitato di vedere... ma la vita è una merda... chi dice il contrario o non ha capito niente oppure ha avuto un gran culo». Carminati era riuscito a fissare Sangiorgi dritto dentro agli occhi e si era convinto che avesse paura, una gran paura. Sapeva che tirava all’angolino basso, sempre, ma da quanto aveva potuto vedere nei suoi occhi difficilmente sarebbe stato preciso. Il vecchio portiere cercò ancora lo sguardo del suo avversario quando lo vide tornare con il pallone sotto il braccio per poggiarlo sul dischetto, ma il ragazzino questa volta guardava per terra. Carminati si mise davanti al giovane attaccante del Castelletto mentre questo sistemava il pallone nel cerchio di gesso, ma Sngiorgi, anche dopo aver raddrizzato la schiena, continuò a tenere gli occhi bassi. «L’ha messo troppo avanti» disse allora il portiere all’arbitro, spingendo leggermente indietro la palla con un piede. «Questo lo giudico io, lei vada tra i pali» fu la risposta che ottenne. Ma il comportamento di Carminati mirava a far innervosire il giovane attaccante e possibilmente a fissarlo ancora negli occhi, per fargli capire che quel pallone lui l’avrebbe preso. Quando si accorse che Sangiorgi ripeteva meccanicamente il gesto di mettere il pallone sul dischetto guardando per terra, quasi che non esistesse altro, Carminati decise di rientrare tra i pali.
Il giovane attaccante guardò l’andatura del portiere che si dirigeva verso la porta con grande calma. "Va bene così Luigi, va bene così... non guardarlo, pensa solo a buttarla dentro e a nient’altro... ti ricordi cosa diceva papà? Non devi mai guardare il portiere negli occhi prima di battere un rigore, tieni lo sguardo basso, fai finta che lui non ci sia». Gli erano tornate in testa le parole del padre, con quel suo tono grave e autoritario. La prima volta le aveva sentite che doveva avere quattro o cinque anni e le ricordava perfettamente, come del resto tutte le frasi che il genitore gli aveva ripetuto durante i loro allenamenti dopo cena. «Lo metto all ’ angolino destro» si disse, mentre faceva i passi indietro che gli servivano a guadagnare la distanza per la rincorsa. Non si sentiva sicuro, ma ormai era questione di attimi. Guardò l’arbitro che aveva messo il fischietto in bocca ed era pronto a dare il segnale richiesto nell’improvviso silenzio dei diecimila del Comunale di Castelletto. Il signor Rossi ripensò ancora per un attimo alla decisione che aveva preso e si disse che era assolutamente rigore. Carminati fissò la palla pensando che l’avrebbe presa. Sangiorgi guardò per terra ripetendosi che l’avrebbe messa all’angolino destro. Poi ci fu un rumore improvviso e subito il buio, mentre il pubblico, dopo qualche secondo di smarrimento, iniziò a rumoreggiare e a fischiare.
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